Il Cagliari parla in sardo: era ora! Adesso abbia la forza di insistere e rilanciare

E’ proprio il caso di dirlo: era ora! Dopo anni di colpevole assenteismo sul tema linguistico, il Cagliari inizia a parlare in sardo. Si tratta di una svolta per certi versi storica, un netto segnale di rottura con il passato che merita di essere lodato. Più per l’intenzione che per la realizzazione pratica, a dire 

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sardo1E’ proprio il caso di dirlo: era ora! Dopo anni di colpevole assenteismo sul tema linguistico, il Cagliari inizia a parlare in sardo. Si tratta di una svolta per certi versi storica, un netto segnale di rottura con il passato che merita di essere lodato. Più per l’intenzione che per la realizzazione pratica, a dire il vero, perchè alcuni svarioni ortografici (le vocali paragogiche, per esempio, di “esti” o “traballara” e alcuni raddoppiamenti consonantici non richiesti, come in “pitticca”) si sarebbero potuti facilmente evitare interpellando un esperto o uno studioso di linguistica. Ma pazienza, almeno per questa volta vale la pena chiudere un occhio. A patto che dalla prossima occasione si presti per il sardo scritto la stessa attenzione e lo stesso rispetto che si presterebbe per l’italiano o per qualsiasi altra lingua.

L’utilizzo di una cartellonistica in sardo per promuovere la campagna abbonamenti si iscrive all’interno di un quadro di iniziative piuttosto incoraggianti in tema di comunicazione. Il Cagliari può fare tanto, tantissimo per la lingua sarda. In un’epoca nella quale gli intellettuali più in vista si chiamano fuori dal dibattito identitario, lo sport può sostituirli e, se possibile, può incidere in maniera ancor più profonda. Già, perchè il calcio sarà pure la modernizzazione del panem et circenses, ma ha l’indiscutibile forza di saper parlare alle masse. E il Cagliari, sposando una strategia bilingue, può dare un segnale molto forte in termini di recupero e valorizzazione del sardo. Una lingua che nel corso degli anni è stata marginalizzata, discriminata e ridotta a mero elemento di folklore, ma che ha la stessa dignità di tutte le altre lingue del mondo: dall’italiano all’inglese passando per il friulano e il gallego. E che, soprattutto, può assolvere a tutte le necessità della comunicazione. Sport compreso.

Sposando una intelligente e lungimirante politica linguistica, il Cagliari (ma anche la Dinamo Sassari, che pure ha il sardo2difficile compito di conciliare la sua dimensione, ormai regionale, col fatto di essere espressione di una città nella quale si parla un dialetto non propriamente sardo, ma toscano-corso) potrebbe contribuire in maniera importante ad abbattere uno dei mali peggiori che attanagliano il sardo: lo stigma sul suo utilizzo, “interiorizzato soprattutto grazie al terrorismo psicologico praticato nel passato dalla scuola italiana” (R. Bolognesi – Quelli nati nel mio ambiente non imparano il sardo). E sono causate proprio da questo stigma culturale le risatine e le banalizzazioni che oggi accompagnano l’iniziativa del Cagliari. In tanti, del resto, sono stati abituati fin da bambini ad associare l’utilizzo della lingua sarda a una realtà rurale, poco sviluppata. Grezza, si direbbe. Un disastro che va attribuito, come detto, alla scuola italiana, ma nel qual recita un ruolo fondamentale anche l’atavico auto razzismo che colpisce parecchi sardi.

sardo3Il Cagliari può e deve parlare in sardo. Usando il dialetto cagliaritano, lo standard della Regione o qualunque altra variante. L’importante è che vada fino in fondo con questo suo proposito. La “limba” di cui oggi parlano impropriamente tanti giornali, è diventato quasi un mostro sacro, un mito da tenere dentro una teca di vetro, da venerare e da sfoggiare, assieme al costume tipico, durante le sagre paesane. Ma la storia insegna che non c’è metodo più veloce per far sparire una lingua che trattarla in questo modo: la lingua va messa in gioco, usata, messa di fronte a nuove sfide (come potrebbe essere, appunto, lo studio di un lessico settoriale calcistico) e aperta, perchè no, anche alle contaminazioni.

Sono tanti oggi i giovani che, smarcandosi dall’ignoranza dei loro padri, hanno ripreso a studiare il sardo. Non per chiudersi nella loro Isola, ma per aprirsi al mondo. Perchè solo chi è pagu bessiu (tanto per rimanere in tema) può pensare che il sardo non sia degno di essere imparato. “Ma studia l’inglese, piuttosto!”, è la stanca cantilena di chi, pensando di essere un vero cittadino del mondo, nasconde in realtà un becero provincialismo. E’ giunta l’ora, infatti, di sfatare un tabù: il sardo non va in conflitto con altre lingue. Imparandolo, insomma, non si dimentica nessun altro idioma. Anzi, specie in età infantile, apre la mente all’apprendimento.

Potrà sembrare un paradosso per alcuni (pochi, si spera), ma il futuro della comunicazione è proprio nella lingua sarda. Il Cagliari ha avuto il merito, oggi, di aprire la breccia. Ora dovrà avere la lungimiranza di insistere e rilanciare.

Roberto Rubiu

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