Alessandro Di Maio, storia di un milanese a Lanusei

Il difensore centrale si racconta: il Lanusei, l’amicizia con Pisacane, le imprese con il Genoa e un sogno nel cassetto

Alessandro Di Maio, difensore centrale classe '87 (foto: Giorgio Melis)

Alessandro Di Maio, difensore centrale classe ’87 (foto: Giorgio Melis)

Alessandro Di Maio arriva a Lanusei a dicembre, dopo una decisione presa dall’oggi al domani, quasi di getto, ma non su due piedi. L’offerta della società ogliastrina arriva quando emerge in lui la voglia di cambiare aria e chiudere la parentesi tumultuosa con la Bustese (Serie D, Girone A). «Mi sembrava un’occasione buona e senza perdere molto tempo giovedì ho rescisso il contratto e venerdì mi trovavo già a Lanusei».




Dopo la rifinitura del sabato, si è trovato in campo da titolare la domenica, nel derby contro il Muravera vinto 2-0. Trovava una squadra a quota 13 punti, in piena zona playout e con un gruppo da cementare. Assieme a lui tanti nuovi innesti scelti per uscire fuori dalle brutte acque. La storia recente dice che quel gruppo si è venuto a creare, è vicino alla salvezza diretta  – un anno fa, al debutto in Serie D, l’obiettivo arrivò solo allo spareggio – che passa (anche) per la trasferta di Città di Castello.

Di Maio, una vita nei gironi settentrionali di Serie D ed ex C2, per la prima volta si confronta con il centro-Italia: «Devo dire che trovo molto bello il fatto di dover partire sabato, anche se le trasferte non sono una passeggiata. Queste e le doppie sedute avvicinano molto questa realtà al professionismo. Nel nord Italia sembra più un’Eccellenza di alto livello che una Serie D. Questo accade anche perché le squadre sono geograficamente molto vicine tra di loro. La D al nord viene vissuta in modo meno professionale, eccezion fatta per le squadre costruite per salire di categoria».

Di Maio Pisacane

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La storia calcistica del difensore milanese dal sangue palermitano è legata, però, a Genova. Con la Primavera genoana vince un torneo di Viareggio (in finale contro la Roma) e cede agli ottavi dei playoff scudetto al cospetto dell’Inter di Balotelli e Bonucci, che vincerà il titolo. Da lì nascerà l’opportunità di allenarsi per una settimana con la prima squadra, al fianco di un giocatore straordinario come Diego Milito. Ma è con Fabio Pisacane, oggi difensore e uomo-immagine del Cagliari, che il rapporto diventa speciale: «Continuiamo a sentirci, dopo aver giocato insieme per un anno. Fabio è una persona speciale oltre che un professionista esemplare in campo e fuori. Ci siamo rivisti in vacanza anche quest’estate. Si merita tutto quello che ha raggiunto con la fatica e il duro lavoro». Le strade di Di Maio e Pisacane si separano quando il napoletano va a Ravenna (in C1), mentre il primo rimane sotto la Lanterna coltivando il sogno dell’esordio in B.

Ero in panchina, contro la Juventus, e perdevamo 3-1. Gasperini disse a tre calciatori, o almeno così mi era sembrato, di andare a scaldarsi. Io sono rimasto in panchina, ad un tratto li guarda e poi si volta verso di me, come a chiedersi perché non mi fossi alzato anche io

Avrebbe potuto esordire in B, ma il centrale non si cruccia troppo: «Vivo il calcio con grande entusiasmo, anche nei momenti difficili. Dico sempre ai miei compagni più giovani che si può imparare tanto in ogni situazione. Io posso dire che uno degli anni più importanti per la mia carriera è stato a Renate, quando ho giocato meno. Il mister Simone Boldini mi insegnò tantissimo a livello difensivo. Credo sia più importante allenarsi duramente in modo costante piuttosto che collezionare tante presenze, perché il lavoro paga sempre e prepara alle sfide che potrebbero presentarsi in futuro. Capire questo passaggio può fare la differenza tra chi riesce ad emergere e chi no».

Palermitano di nascita, milanese a tutti gli effetti (trasferitosi a 8 mesi nel capoluogo lombardo), Di Maio, diploma di ragioneria e una grande passione per l’informatica e i viaggi (“Prossima tappa New York”), alla voce rimpianti ha poco da dire: «Se non ho fatto di più è perchè in quel momento non lo meritavo».




L’esperienza a Lugano? Non è stata facile, ero piccolo, tornando indietro mi sarei imposto e non avrei accettato, avevo richieste importanti in Italia

Lanusei Di Maio Hervatin allenamento

Di Maio in allenamento assieme al mister e ai compagni (foto: Giorgio Melis)

Adesso il suo presente è in Sardegna: «Sono uno dei più grandi della squadra, assieme a Mario Masia – ricorda -, cerco di dare l’esempio in ogni momento, per far capire ai giovani quanto sia importante migliorarsi quotidianamente». E bastano pochi minuti di chiacchierata per capire che le sue esperienze sono un bagaglio che vuole condividere con gli altri.

Il suo sogno, infatti, è quello di diventare allenatore: «Ho provato a carpire qualcosa da tutti i mister che ho avuto la fortuna di incontrare. Torrente (Genoa, nda) è stato colui che mi ha cambiato, Sassarini (Seregno, nda) mi ha insegnato i principi di gioco e grazie a De Paola (Piacenza, nda) ho capito cosa significhi dare tutto in allenamento e in partita».

Con Gianluca Hervatin, tecnico del Lanusei, è entrato in sintonia da subito. «Abbiamo un bel rapporto – afferma – si confronta molto con me, sicuramente perché sono il più grande, chiedendomi le mie sensazioni. Queste piccole cose mi fanno sentire importante, vuol dire che ha fiducia in quello che dico e faccio. Da lui cerco di imparare la gestione del gruppo, è molto capace in questo. Per quanto concerne il gioco, penso si veda la domenica, vuole che giochiamo la palla e la nostra squadra riesce ad esprimersi al meglio, facendo divertire».

Spesso in queste categorie può rappresentare paradossalmente uno svantaggio saper giocare bene, perché si fa fatica contro le squadre che, invece, tendono ad ammazzare il gioco? «Sono del parere che sia più facile vincere le partite giocando bene piuttosto che sperando in un guizzo del singolo. Mi piace questa mentalità e se dovessi fare il mister non sceglierei mai la strada del lancio lungo».

In Serie D un buon mister deve essere prima di tutto un buon insegnante di calcio, perché ci sono tanti ragazzi che arrivano da ottimi vivai ma altri che hanno necessità di apprendere ancora”

Gli elogi al tecnico di Porto Torres non finiscono qui: «La bravura di un tecnico si dimostra anche nel sapersi adattare ai giocatori a disposizione, senza snaturarli. In questo caso il mister con i giocatori di qualità che abbiamo non poteva non giocare in questo modo. Conosce le loro caratteristiche e sa che tipo di giocata può chiedere a ognuno» continua «il suo obiettivo è allenare tanti aspetti fondamentali: ad esempio il mercoledì facciamo tantissime partitelle, nelle quali conta meno il tatticismo e più l’intensità. Poi quando si avvicina la partita si punta ad un lavoro più tattico. Vedo il professionismo nella cura di questi dettagli. Che allenatore sarò? Paziente, sì, ma molto esigente, li farei lavorare sodo. L’8 maggio inizia il corso per allenatori a Milano, mi piacerebbe iscrivermi». Ma prima di appendere le scarpette al chiodo c’è tempo: «Sarebbe bello potermi misurare ancora tra i professionisti e farlo con la maturità che ho adesso. Se tornassi indietro curerei tanti dettagli, badando alla cura di alimentazione e fisico».

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Lanusei vuol dire una squadra giovane, che promuove il bel calcio al secondo anno di Serie D, ma anche una cittadina molto diversa da Milano, alla quale il difensore si è abituato subito: «Non è stato difficile adattarmi, mi trovo bene qui. All’esordio contro il Muravera ero sorpreso da quanta gente fosse venuta a vederci. La società è sana, nonostante ci siano tante persone che vi lavorano vedo coesione, fatto non usuale neanche in società più grandi dove a decidere sono in pochi. Ci sono dirigenti disponibili con noi che si fanno in quattro per farci stare bene».

Dopo l’inizio difficile, la risalita del Lanusei è stata prepotente: «Quando sono arrivato la classifica parlava di 13 punti, ma già dopo Muravera credevo nel cambio di marcia perché, al di là del risultato positivo, la prestazione e il gioco mostrati erano ottimi. Finita la partita facevo fatica a capire il perché di quella posizione in classifica. La svolta? Probabilmente l’entusiasmo e la freschezza mentale dei nuovi arrivati. Noi non avevamo addosso il peso delle sconfitte».




Mi piacerebbe continuare a Lanusei, magari con qualche compagno che oggi è al mio fianco e con obiettivi anche più importanti, ma i matrimoni si fanno in due

E chissà che da quanto (di buono) fatto in questa stagione non si possa ripartire con qualche certezza in più, senza smantellare. «Se dovesse andare tutto bene, come speriamo, mantenere il gruppo che è andato formandosi aiuterebbe non poco per affrontare la prossima stagione con una base solida, senza lo scotto dell’inizio come è avvenuto quest’anno».

Ora però bisogna concludere bene: «Dobbiamo pensare a fare più punti possibile, abbiamo dimostrato di potercela giocare con tutti, credo che le uniche sconfitte davvero meritate siano state quella di Rieti (per il centrale la squadra che più meriterebbe la vittoria del campionato, nda) e in casa contro l’Ostiamare. A volte ci servirebbe un po’ più di cazzimma – afferma col sorriso -, siamo bravi ragazzi, forse troppo… Quella di domenica è una trasferta fondamentale, vincere ci permetterebbe di tenere a distanza il Latte Dolce e le altre inseguitrici, anche perché di pareggiare non siamo proprio capaci (ride, nda)».

Roberta Marongiu

 

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