“I mali del calcio” – E io (non) pago!

Allenatori che pagano: una piaga del calcio italiano

Fabio Panno in panchina

Fabio Panno in panchina

Circa un anno fa Fabio Panno lanciava un messaggio tanto importante quanto ignorato nel mondo del calcio: “io non porto lo sponsor”, scriveva, diceva e fotografava, ripreso anche da alcuni grandi ex del pallone italico. Un allenatore non può pagare per allenare, assunto banale e sbeffeggiato, con tutti i danni che questa pratica comporta. “C’è chi allena portando la sua dote, io non ci sto”, una frase che i giornalisti si sentono dire spesso nelle interviste ad allenatori, poi però il tutto rimane nell’alveo della accusa al vento, senza che nulla sia mai davvero cambiato. E le cose, all’orizzonte, non paiono in reale mutamento.

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Lo sa bene Panno, allenatore laziale classe 1972, autore della meritoria battaglia, ma che dopo mesi non può certo registrare chissà quali sviluppi. “E’ stato un messaggio che secondo me era doveroso lanciare”, racconta con la solita schiettezza, anche se “è stata una battaglia che non ha avuto reale risonanza, una battaglia fatta da qualche allenatore dilettante, con molti attestati di stima, di apprezzamenti sui social e in privato, ma alla fine è rimasto tutto lì come era e come è. Nessuno alla fine rifiuta ingaggi proposti dietro lauto pagamento – continua Fabio Panno – in tutte le categorie, anche in Lega Pro, pagare per allenare è una pratica consolidata, e sembra che questo non sia un problema”.

Eppure, assicura il tecnico dalla onesta (e tuttora in corso) carriera ai massimi livelli regionali, qualcosa si potrebbe fare: “Premetto che da parte mia non c’è mai stata la volontà di farmi pubblicità, e ad un certo punto sono anche tornato sulle mie perché non volevo che si parlasse di me, che lo si facesse in certi termini o con chissà quali finalità. Detto ciò – continua – non è vero che il tutto sia ineluttabile, le cose possono cambiare, basta dire no, basta non farsi trasportare dal sistema. La cosa triste è che ci sono tecnici che pagano anche per lavorare nel settore giovanile, e allora lì bisogna chiedersi dove vada a finire la funzione educativa che dovrebbe essere centrale quando si lavora coi ragazzi”.




Il famoso sponsor è ormai diventato parte del calcio. “La verità è che fa comodo, in un sistema dove le società nascono e spariscono in un battito di ciglia, dove non c’è alcuna programmazione, non c’è solidità economica, che un allenatore arrivi e contribuisca in modo sostanzioso nel portare avanti una stagione. Ci sono dirigenti che pur di prendere in mano società sportive (o pseudo tali) fanno carte false, nel contesto laziale è pieno di realtà che non lavorano seriamente con settori giovanili, che non pagano regolarmente, che si dileguano e lasciano macerie”.

A livello tecnico uno dei punti nevralgici è la perdita di credibilità di un allenatore nei confronti del gruppo: “E’ normale che questo avvenga – spiega Panno -, ho sempre sostenuto che il problema non sia tanto di credibilità nei confronti di una piazza, che magari può anche apprezzare il fatto che una persona sostenga economicamente la società, quanto nei confronti di un gruppo di calciatori più o meno giovani, i quali percepiscono subito se chi hanno davanti abbia competenze o sia stato chiamato per motivi extra-tecnici. Nel calcio, nello sport, si sa tutto di tutti e non si tarda molto a capire certe dinamiche…”.

Perché non si fanno i nomi di chi chiede soldi, di chi paga, o di chi propone di pagare? “Di nomi ne abbiamo a bizzeffe, nei vari ambienti tutti sappiamo chi si presta e favorisce certe pratiche. Il problema è che ci vogliono le prove, e, se io domani vado a dire che quel dirigente ha chiesto del denaro o quell’allenatore paga per lavorare, da Coverciano mi tolgono subito il patentino. L’unica soluzione è che si diffonda la pratica di dire “io non alleno”, “io rifiuto certe cose””.

Bisogno di prove, impossibilità di fare dei nomi, questo il nodo di fronte alle quali tutte le lamentele private si fermano e si perdono, favorendo il rafforzamento dello status quo. Il “nero”, gli assegni anticipati e che risultano scoperti, le promesse da marinaio, tutte cose all’ordine del giorno in un mondo del calcio ormai guasto, anche se ignoranza e ambizione impediscono a molti addetti ai lavori di rendersi conto di come non si possa andare avanti a lungo. “Io penso che una persona possa anche contribuire economicamente, ma non può ricoprire cariche tecniche. In quel caso ci sarebbe un conflitto di interesse evidente, come può un presidente esonerare un allenatore che paga, solo per fare un esempio?”

A quasi un anno dal lancio della pietra nello stagno, a livello personale è cambiato qualcosa? “Quest’anno sono stato chiamato in corsa, ho il contratto fino alla fine della stagione, sono stato esonerato dopo quattro mesi e se dovessi avere problemi per vedermi corrisposti i miei soldi farei regolare vertenza, dice Panno, che continua: “In tanti mi hanno telefonato, quando incontri gli addetti ai lavori tutti ti dicono che sei stato bravissimo e che hai fatto bene, poi però nel concreto nessuno ti appoggia o segue l’esempio. Nei mesi scorsi di offerte reali ne ho ricevute ben poche, non si è fatto vivo nessuno, sappiamo bene che nel calcio quando vai fuori dal coro non sei visto benissimo, ma non me ne curo. Io penso che il lavoro vada pagato, che le cose vadano fatte secondo delle regole, e purtroppo vista la gestione di molte società non è nemmeno facile rivalersi perché spesso queste falliscono e viene cancellata la matricola”.




Qual è la dinamica attraverso la quale ad un allenatore vengono chiesti dei soldi per allenare? “E’ una trattativa molto semplice, uguale alle normali contrattazioni tra privati. Il presidente o dirigente ti chiede se puoi dare una mano, talvolta un allenatore facoltoso può proporre lui per primo di contribuire. Una società ha interesse a ricevere l’aiuto perché spesso i budget e i progetti sono poco solidi, un tecnico spera di infilare la stagione giusta e quindi lanciarsi verso lidi più prestigiosi. Una stima? Credo che, per quanto riguarda il Lazio, siamo intorno al 20-30% di allenatori che pagano, ma non è semplice fare delle cifre di questo tipo. Sicuramente il problema esiste, ma è banale dirlo”.

Allenatori e giocatori non pagati, ormai la prassi in un sistema dove tanti si illudono di poter vivere di calcio, accecati dalla passione o, peggio ancora, dall’ignoranza. “Chi gestisce le società, in malafede, sfrutta tutto ciò. Tutti vorremmo essere Mourinho o Guardiola, o fare i professionisti, poi la realtà parla di persone che giocano o allenano gratis, che si fanno belli sui social e nelle tv locali, che non hanno la competenza per lavorare secondo dei canoni ben precisi, avendo alle spalle corsi, patentini, studi. Un allenatore deve essere psicologo, tecnico, deve saper programmare, invece quando vai a parlare con i dirigenti fai fatica a vederti garantiti dieci palloni per lavorare in modo serio”. Tutto alla luce del sole, tristemente, ma sembra che nessuno abbia granché interesse a cambiare il vento.

Fabio Frongia

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