Il mito della caverna di Han Kwang Song

La storia, sempre più attuale, del regime nordcoreano e la sua attenzione per lo sport

Han Kwang Son nella sua prima intervista italiana

Han Kwang Son nella sua prima intervista italiana

Immaginate di vedere la Terra da lontano, in orbita nell’iperuranio delle idee. Osservate ogni singolo stato nella mappa satellitare come se fossero tanti piccoli televisori sincronici, accesi nello stesso momento. Il segnale maggiore proverrà, in ordine d’influenza globale, dall’America e dall’Occidente capitalistico (Primo mondo), dalla Cina e dal blocco sovietico (Secondo mondo) per arrivare, in un climax discendente, a captare flebili onde medie dai paesi dell’ultima fascia, nell’humus dell’umanità, di Terzo e Quarto mondo. Il monopolio della libera propagazione delle onde medie è appannaggio di poche, “democratiche” e ricche oligarchie. Tralasciando la faziosità, reale, velata o presunta, dei numerosi programmi trasmessi dalle varie emittenti transazionali si arriverà a constatare la totale mancanza di segnale in un punto particolare dell’Asia orientale. Abbandonate lo spazio e atterrate sul pianeta. Attraccate al largo del fazzoletto di terra bagnato da Mar Giallo e Mar del Giappone, delimitatene i confini che lo separano da Russia e Corea del Sud per poter scorgere, dalla barriera, sagome indistinte di vite oscure, parvenze di esistenze nascoste, intrappolate nella tela nera di un ragno dal dorso rosso.




Trapela poco, a livello mediatico, dallo stato governato da Kim Jong-un. Le notizie son scarse e di dubbia attendibilità, arrivate a destinazione in maniera fortunosa dentro una bottiglia rotta, come frammentari messaggi di un piccione in fuga, senza permesso, dalla torre del voliere. Assemblando i pezzi è possibile tracciare parte del quadro. I primi cocci nordcoreani giunsero in Occidente  con gli spettri dal possibile scoppio di un nuova guerra mondiale negli ultimi anni della sanguinosa decade dei ‘40. La penisola coreana, in seguito al disfacimento dell’impero giapponese, fu divisa in due zone d’influenza lungo il limes del 38° parallelo: ultra-nazionalista e filo-americana a sud con il governo di Syngman Rhee, stalinista a nord col regime di Kim Il-Sung, un ex militante del PCC di Mao Tse-Tung.

Le ostilità tra i due paesi si acuirono nel giugno del 1950 con l’invasione della zona demilitarizzata e la conseguente conquista di Seul da parte delle truppe comuniste, costrette a ripiegare in Cina con il repentino intervento dalle Nazioni Unite guidate dagli Stati Uniti. Lo scontro, durato un triennio, si risolverà con un negoziato che sancirà il ritorno alla situazione di stallo precedente al conflitto. Il lembo di terra a meridione della Manciuria diventò scenografia preparatoria per l’eccidio vietnamita, rappresentando la perfetta scacchiera dove dar sfogo alle future strategie geopolitiche che caratterizzeranno il periodo paranoide della Guerra Fredda. Il fil rouge di tensione tra Washington e Pyongyang non si è mai sfilacciato nel corso di questi sessant’anni, rigonfiandosi dentro la matassa nelle ultime settimane. L’ultimatum di Trump, in seguito a ripetuti test missilistici nordcoreani, non si è fatto attendere. Xi Jiping, leader cinese, stretto tra da due fuochi media, sperando di risolvere la questione con la diplomazia.

Han Kwang Song in campo al Sant'Elia (foto: Zuddas)

Han Kwang Song in campo al Sant’Elia (foto: Zuddas)

L’esercito nordcoreano, composto da 1,2 milioni di soldati e 8 milioni di riservisti, è stanziato lungo i confini della penisola, in continuo preallarme per una possibile invasione straniera. Le frontiere sono barriere arcigne, muri di cinta invalicabili sorvegliate da tiratori scelti e reticolati di filo spinato. Son stati rarissimi i casi durante il governo di King Jong-il, padre di Kim Jong-un e figlio del Leader Eterno Kim Il-Sung, nei quali degli stranieri, all’infuori degli zainichi, abbiamo superato il confine. Daniel Gordon, nel 2002, riuscì nell’impresa. Il regista britannico ottenne il pass per le riprese di “The game of their lives” (Il gioco delle loro vite), documentario incentrato sui superstiti della Nazionale di calcio nordcoreana ai Campionati del Mondo del 1966.

Il manipolo di calciatori-soldati, allenati da Myung Rye Hyun, scrissero una delle pagine più inaspettate e memorabili della storia della competizione battendo di misura gli azzurri di Mazzola e Rivera e qualificandosi, a loro spese, ai quarti di finali contro il Portogallo di Eusebio. L’eroe del River Side Stadium di Middlesbrough fu il caporale e dentista non praticante Pak Doo Ik, la cui sorte al ritorno in patria, unita a quello dei compagni, è tutt’ora avvolta nell’ombra. Gordon, costantemente vigilato, non svela retroscena, limitandosi a ripercorrere la storia.

Mads Brügger, nel 2009, provò a farlo nella commedia “The red chapel”, intaccando, con un sorriso, il muro di omertà e silenzio che avvolgeva lo stato eremita. La faglia si allargò con le notizie riportate da Radio Free Asia nei mesi successivi al Mondiale in Sudafrica 2010. La compagine nordcoreana, alla sua seconda storica partecipazione, inserita nel girone della morte con Brasile, Portogallo e Costa d’Avorio, fu eliminata dal torneo con tre sconfitte, non riuscendo a bissare il cammino degli underdog del ’66. Si dice che, al Palazzo della Cultura del Popolo di Pyongyang, la squadra fu accolta dalla sfuriata, durata sei ore, del ministro dello sport Pak Myong-chol e dagli insulti di oltre quattrocento funzionari governativi indispettiti dalla debacle, mentre il commissario tecnico veniva espulso dal partito e costretto ai lavori forzati con l’accusa di tradimento. La Fifa aprì un’inchiesta ma non ci sono mai stati sviluppi concreti. Certo, alla Nazionale del 2010 sarebbe potuta andare molto peggio, magari avrebbe potuto subire le torture inflitte – secondo una notizia satirica diffusa dal sito National Report – nel braccio della morte alla nazionale che perse la finale dei Giochi Asiatici dei 2014 contro la Corea del Sud. Rimanendo alle cose tangibili, a distanza di sette anni rimane indelebile, nella memoria collettiva, il pianto di Jong Tae-Se sgorgato durante l’Aeggukka (inno nazionale), all’esordio contro la Seleçao.




Dal Mondiale in Sudafrica in avanti è mutato ben poco: il regime ha conservato i tratti dispotici, tipici della dittatura ereditaria, i dogmi ed il credo consolidato dall’ideologia Juche. Quel che è cambiato è l’atteggiamento del Grande Leader nei confronti dello sport. Dall’anno del suo insediamento, come documentato dall’US-Korea Institute of Washington DC, gli incentivi alle diverse discipline sono aumentati del 6-7%, raggiungendo il 14% nel 2014. Accantonata la simpatia per il basket e l’amicizia fraterna con l’ex Bull Denis Rodman, Kim Jong-un ha puntato le sue fiches sul calcio. Il processo di crescita è testimoniato dalla realizzazione della Pyongyang International Football School nel 2013. L’accademia conta 200 allievi (un terzo di sesso femminile) impegnati, ogni giorno, in full immersion teoretiche e pratiche per diventare i “Messi di domani”, parafrasando Ri Yu-Il, allenatore del centro federale.

Kwang Song Han, che ha appena firmato col Cagliari Calcio (con cui ha già esordito e segnato un gol in Serie A) un contratto quinquennale, è uno dei numerosi ragazzi svezzati nei vivai delle squadre affiliate alla classe dirigente, prima della nascita della grande cantera nazionale. Cresciuto nel Chobyong Sport Club (La squadra delle milizie, tradotto dal coreano)  insieme all’ex Primavera viola Choe Song-Hyok e all’altro rossoblù in prova Pak Yong Kwan, è tra i pochi (31 in totale) ad aver beneficiato di un particolare Erasmus in Spagna (Fundaciòn Marcet di Barcellona) e in Italia (Italian Football Menagement di Perugia). Possibile che a sovvenzionare il tutto sia l’Armata Popolare, l’unica istituzione che ad oggi appare capace di sostenere economicamente la vita all’estero di studenti nordcoreani. L’apertura di Pyongyang verso l’esterno farebbe parte, secondo il deputato PD Michele Nicoletti, di una precisa strategia di governo per garantirsi entrate consistenti in valuta pregiata ed aggirare le pesanti sanzioni dell’Onu. Per il Database Center For North Korean Human Rights di Seul, i lavoratori all’estero sarebbero costretti a devolvere il 70% del proprio stipendio all’autorità contattata dall’azienda locale che fornisce lavoro al dipendente, mentre del restante 30%  una grossa fetta andrebbe al sostegno del Partito. Di tutt’altro avviso è il segretario della commissione esteri di Palazzo Madama Antonio Razzi, un habitué a Pyongyang dal 2010, che parla di bufale ingigantite dai media, difendendo il regime di Kim Jong-un.

Il senatore di Forza Italia è stato, tra l’altro, con il presidente del’IFM Academy Alessandro Dominici (noto addetto ai lavori del pallone, accompagnatore dello stesso Razzi e di Matteo Salvini nel viaggio diplomatico in Corea del Nord nell’agosto 2014) uno dei principali artefici dell’arrivo di Kwang Song Han in Italia. Poco chiaro appare il futuro e ciò che comporterà a livello personale il tesseramento del giocatore. I racconti dei disertori parlano di fughe in piena notte, fiumi attraversati e camminate in sentieri nascosti nella radura, col timore costante di essere visti e portati nel famigerato Hwasong (o Campo 16), il campo di concentramento che conta circa 20000 prigionieri politici. Scappare, oltre ad essere un atto suicida, rappresenterebbe un’azione egoistica che metterebbe a rischio l’intera famiglia: la legge infatti punisce tre generazioni di un “colpevole”, tenendo ognuno sotto scacco. La vita nei lager è stata descritta dal giornalista statunitense Blaine Harden in Escape from Camp 14,  la biografia di Shin Dong-hyuk, l’unica persona che risulta essere riuscita a evadere da una prigione coreana. Sempre del 2012 è The Orphan Master’s Son di Adam Johnson (Premio Pulitzer per la narrativa nel 2013), romanzo corposo che racconta al grande pubblico quella che dovrebbe essere la vita quotidiana dei coreani, quella che nessuno conosce. La stessa portata per la prima volta nel grande schermo dal cineasta russo Vitaly Mansky in Under The Sun.

Abbiamo osservato il paese eremita dal satellite, dalla rete dei suoi confini, dai racconti dei superstiti scappati dal regime, non resta che fare un ultimo passo e capire com’è la realtà al suo interno. Immaginate una cella d’isolamento, claustrofobica, senza vie di fuga. Gli spiragli di luce son coperti da un coltre nera. Il mondo intellegibile è una parete di ombre proiettate da un secondino sapiente. Il punto di osservazione comune è una telecamera onnipresente racchiusa nel volto di un uomo sempre vigile: il grande occhio del Grande Fratello. Il sovrano, divinizzato, ha poteri sacri. Sa leggere nel pensiero e segue ogni passo. La libertà avvizzisce in sacchi gonfi di domande senza risposte. Kim Jong-un  ha tra le mani una take clipboard e un telecomando, è regista ed unico spettatore della vita di ventidue milioni di persone. Non è il trailer di un film distopico e fantascientifico, alla stregua di Brazil di Terry Gilliam o 1984 di Michael Radford (fedele trasposizione del romanzo di George Orwell). È il mito della caverna della Corea del Nord.

Se gli occidentali si scordano della politica, assuefatti da social e mass-media, e delegano terzi per pensare, rifugiandosi nella rete virtuale, i nordcoreani accettano a testa bassa il loro destino. Il coro del partito è l’unico Carosello trasmesso in tv. Han ricorda agli uomini, che pensano di essere liberi, l’esistenza delle prigioni sopra i loro capi. Quasi mai visibili. Potrebbe essere il tedoforo delle sofferenze del suo popolo e far luce sull’oscurità, innescare una miccia, far esplodere la torre del voliere. Il mito avrebbe un lieto fine. Platone sarebbe contento. Le fiaccole, tuttavia, difficilmente piacciono. La luce acceca. Le bugie affascinano e sedano, cullano e addormentano. La verità è una cantilena fastidiosa cantata da pochi. Assorda e disturba. Non voltarsi è consigliato. Ancora meglio chiudere gli occhi e rimanere seduti nella stessa posizione, magari per tutta la vita. Non fare niente, non dire niente, non essere niente per non correre il rischio di rimanere soli ed essere presi per pazzi. Per non essere tagliati fuori dai gruppi da lingue lunghe e dita puntate nella gogna mediatica. Per non perdere terreno davanti al fuoco. Seguire una semplice fiaccola potrebbe distruggere milioni di certezze.

Fiorenzo Pala

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