Cagliari, Caronti: “Non saremo diesel, ecco il lavoro coi reduci da infortuni”

A tu per tu con il preparatore atletico rossoblù: “Obiettivo non perdere giocatori in partenza, non partiremo piano”

Andrea Caronti al lavoro in rossoblù – Foto di Paolo Mastrangelo – Cagliari Calcio

Non si rimane al Milan per tre lunghi lustri senza avere un bagaglio di competenze e capacità gestionali. Non si arriva, alla prima esperienza italiana con una prima squadra, in un Cagliari voglioso (e bisognoso) di rivoluzione sul fronte atletico senza un percorso di alto profilo alle spalle. Andrea Caronti, pavese classe ’68, è uno degli uomini nuovi nel corposo staff affiancato a Massimo Rastelli: reduce dalla negativa avventura a Birmingham con Zola e Casiraghi, ha vissuto l’epopea d’oro del Milan del nuovo millennio, conoscendo tanti prospetti (consacrati, perduti e maturati tardi) del calcio italiano e albegrando in tutte le categorie del settore giovanile. Ce n’è abbastanza, insomma, per una chiacchierata lunga e nutrita, che spazia dall’amarcord all’attualità a tinte rossoblù, fatta di approcci nuovi, programmi specifici con profili ben delineati, e un progetto che vede responsabile nientemeno che quell’Agostino Tibaudi punto di riferimento per chi della preparazione atletica ne ha fatto un mestiere.




Caronti, lei arriva a Cagliari a sorpresa poco prima del ritiro: Di Renzo rinuncia, i tifosi da social storcono il naso perché arriverebbe dalla Serie D. Ci spiega?
“Un equivoco: Fabrizio Bianchi, mio ex compagno e ora ds dell’Oltrepovoghera, mi chiede il favore di aiutarlo per la preparazione con un programma su un paio di giorni a settimana, in attesa di una nuova avventura per me in Serie A. Accade che la società lo comunica ufficialmente e si diffonde l’idea che avrei lavorato in Serie D, ma era solo una parentesi informale”.

La Sardegna è un foglio bianco?
“Direi di sì. Conosciuta solo in vacanza e per la sua strabiliante bellezza. Ora ci vivrò e sono felicissimo”.

Conosceva qualcuno che ha trovato in rossoblù?
“Max Canzi (allenatore Primavera che in questo inizio di preparazione è aggregato alla prima squadra, nda) dai tempi in cui lavorava all’Isokinetic e veniva al Centro Vismara dove operavamo con il settore giovanile rossonero. Poi, seppur meno approfonditamente, Mario Beretta (responsabile settore giovanile, nda), e Luca Crosta. Per poco non ho ritrovato Davide Di Gennaro, che ho conosciuto molto bene nel vivaio del Milan ed è sempre stato uno degli elementi più talentuosi, sbocciato tardi per la scarsa pazienza del calcio italiano”.

A che punto della sua crescita è arrivato Crosta, enfant prodige proprio grazie alle magie contro il Milan?
“Ci vuole pazienza, ognuno deve fare il suo percorso, veniva da una nidiata molto forte e il Milan lo ha lasciato andare con troppa fretta, ma è vero che il calcio è così e le cose non si sviluppano linearmente. È giusto che uno faccia esperienza e si consacri dove è più giusto”.

Staff numeroso, lei che ruolo ricopre?
“Siamo in tre: Agostino (Tibaudi, nda) è il responsabile con grande esperienza, Francesco Fois (arrivato dal settore giovanile, nda) si occupa di recupero degli infortunati. Conoscevo Tibaudi perché al Milan lavorava con Antonio Cassano ma veniva spesso al Vismara: ottimo professionista, grande uomo, la sua presenza mi ha spinto a venire a Cagliari. L’approccio è stato ottimo, sono molto contento perché nelle varie distinzioni dei ruoli c’è però tanta collaborazione: Tibaudi si occupa di profili individuali e dei lavori di forza, io sono maggiormente sul campo con la squadra, Fois partecipa anche all’area atletica oltre che all’attività con gli infortunati”.

Essere in tanti ha solo vantaggi o anche qualche criticità?
“Agli occhi esterni e profani uno staff numeroso può far credere che ci sia confusione. Invece, a maggior ragione ora che abbiamo 27 elementi di movimento più 4 portieri, nel calcio moderno si vuole allenare la squadra come collettivo ma anche enfatizzare le potenzialità dei singoli giocatori. E per fare questo servono le persone. Alcune tipologie di lavoro è necessario farle con piccoli gruppi o col rapporto uno a uno. La raccolta dati a 360 gradi necessita di uomini per essere efficace”.




Ci aiuta a capire che tipo di lavoro state portando avanti in questo ritiro?
“Lo avete visto e raccontato: molto pallone, lavori a secco abbastanza ridotti, vogliamo lavorare ad intensità tendenzialmente sempre alta con la palla, perché in fin dei conti il giocatore gioca a calcio con la palla. Migliorare tecnicamente è fondamentale. Alcuni aspetti di resistenza riteniamo necessario allenarli con la sfera, è poi chiaro che ci vogliono esercizi mirati e monitorati”.

Salta all’occhio come ogni esercizio abbia sempre una componente tecnico-tattica…
“È così. I tempi di gioco, la pulizia del gesto tecnico sono elementi che nel calcio di Serie A e di alto livello non possono essere trascurati, sono fondamentali. Bisogna lavorarci tanto, più tempo spendi in quella direzione e più migliori individualmente e collettivamente. Quando ti eserciti negli spazi mediamente stretti hai uno sviluppo neuro-muscolare importante, i cambi di direzione sono gesti che in partita fai centinaia di volte, ecco perché le esercitazioni col pallone hanno dentro tante componenti dal punto di vista atletico”.

Vedremo un Cagliari diesel o partirete forte?
“Secondo me non partiremo piano, la nostra idea è quella di presentarci a inizio campionato in buone condizioni. Magari verrò smentito, ma a bocce ferme il disegno è questo”.

Raccogliete un’eredità fatta di tanti problemi a livello di infortuni muscolari. Come ci si approccia?
“Ovviamente la società ci ha presentato la situazione. Come staff, che si è riunito all’ultimo momento per motivi contingenti, ci siamo conosciuti e confrontati per capire cosa fare. L’obiettivo primario è quello di evitare di perdere per strada giocatori in avvio di preparazione, soffermandoci con calma su chi è reduce da infortuni, in questo ci sta aiutando molto il mister che ha grande pazienza e non mette fretta per avere i calciatori a pieno regime in gruppo”.

Con Rastelli come va?
“Molto bene, è una persona di grande positività e sempre sorridente. Sensazioni che trasmette a staff e squadra, lo definirei autorevole ma mai col broncio”.

Ha ancora senso parlare di differenziato oppure è cambiato tutto a livello di cicli di preparazione e programmazione del lavoro di squadra ed individuale?
“Direi che si fanno tutte e due le cose. I test atletici che abbiamo fatto giovedì mattina ti permettono di avere un’idea più precisa sui profili con cui abbiamo a che fare. Giocatori come Borriello vanno preservati, conoscono le proprie condizioni e quindi li ascoltiamo prima di fare le nostre valutazioni, dando dei consigli. Un approccio sbagliato sarebbe quello di imporre determinati lavori a determinati giocatori. Un calciatore di 36 anni ha tempi di recupero diversi da uno di 20, soprattutto quando si fa doppia seduta bisogna tenere conto dell’accumulo di fatica. Arriveremo a concedere la mezza giornata di riposo, alleggerendo il carico per evitare ripercussioni negative”.




Parliamo dei casi più rilevanti per voi in questo momento. Ionita come sta?
“L’anno scorso ha avuto un pesante infortunio traumatico, ci si è voluti prendere una settimana di tempo per lavorare con tempi diversi. La previsione è quella di arrivare a fine settimana inserendolo parzialmente in gruppo, ovvero cominciando a fare qualche esercizio dopo il lavoro a secco. Una strada, già percorsa con Dessena, è quella di aggiungere gradualmente una esercitazione tecnica (poi due e via via crescendo) all’iniziale lavoro a secco”.

Melchiorri è un capitolo spinoso?
“Va salvaguardato da determinati lavori. Per lui ci vorrà più tempo prima di farlo tornare al top. Ci parliamo molto, più che con gli altri, per capire le sue sensazioni e per spiegare accuratamente cosa si prevede nell’allenamento. Il nostro compito è averlo al massimo della condizione e dell’efficienza”.

Per Cossu cosa cambia passare dalla Lega Pro alla Serie A a 37 anni?
“Non tantissimo, tra l’altro Andrea si è posto subito con grande determinazione e disponibilità, lavorando subito al massimo del regime e dando ottime risposte. Anche in Serie C ormai ritmi e modalità sono in linea con quelle di primo livello”.

Abbiamo visto anche il “gioco dello sparviero”. Ve le inventate proprio tutte!
“Sono esercitazioni che permettono di sviluppare determinate capacità cognitive e coordinative, oltre cementare la chimica di gruppo. Il giocatore deve infatti ragionare e prendere delle decisioni in poco tempo, una cosa che lo impegna molto. L’obiettivo – come nel caso del “gioco dei bidoni” – è quello di alleggerire il carico dopo periodi intensi, puntando su esercitazioni ludiche che – tra l’altro – se ben interpretate prevedono anche uno sforzo fisico non indifferente”.

Stagione 2016/2017, a dicembre arriva la chiamata del Birmingham e di Gianfranco Zola. Cosa non ha funzionato?
“Avevo voglia di provare un’esperienza in prima squadra, conoscevo Gigi Casiraghi perché il figlio (Andrea, classe ’96,  nda) giocava nel Milan, così è nata l’esperienza inglese. Ottima a livello umano, mentre abbiamo sbagliato nel voler cambiare subito troppo imponendo il nostro metodo. I risultati non ci hanno dato ragione e non siamo arrivati a fine campionato, quando forse sarebbe stato il momento di mettere mano dopo una salvezza da conquistare conservando il più possibile lo status quo”.




È vero che prima di scegliere Cagliari c’è stata l’idea Benevento?
“C’è stata una chiacchierata…”.

Abitudini del calcio inglese: numero di sedute, alimentazione, mentalità. Come è stato l’impatto?
“Quello che si dice è abbastanza vero, non ho visto dei super atleti e non si concepisce il doppio allenamento giornaliero, così come il ‘day off’ è sacrosanto. Per gli inglesi il vero allenamento è la partita, interpretata sempre al 100% e dove sfogano tutte le energie. Al Birmingham non avevo un vero e proprio ruolo tecnico-tattico, Gianfranco (Zola, nda) voleva un preparatore atletico che lavorasse tanto col pallone nelle sue esercitazioni”.

Come si è trovato con Magic Box?
“Benissimo, persona straordinaria e di altissimo livello morale. Me lo aspettavo così, direi che conoscendolo mi ha ulteriormente colpito per queste caratteristiche”.

Perché non riesce a decollare come allenatore? È forse troppo buono?
“È una critica che ci può stare. Di sicuro privilegia la fase offensiva rispetto a quella difensiva, ama il bel calcio e la proposta di gioco, ma attuarlo è molto difficile”.

La stampa via ha dato fiducia a lungo, poi i risultati hanno indispettito anche lei…
“È così, sicuramente in Italia saremmo stati bastonati molto prima. Purtroppo non è andata bene e nessuno si è nascosto di fronte a ciò, i giornalisti hanno iniziato a criticare davvero solo quando la permanenza in Championship stava diventando a rischio. La seconda divisione inglese è di alto livello, anche mediatico, con una media di 18-20 mila spettatori che fa invidia a molte squadre della Serie A italiana”.




Che affresco dipinge della sua storia milanista?
“Molto variegato, non fosse altro perché ho conosciuto tre responsabili: Angelo Colombo, Ruben Buriani e Filippo Galli. Negli ultimi tre anni la metodologia è cambiata e ciò ha fatto crescere anche noi preparatori. Tanto pallone, meno pratica analitica classica, è rimasto un lavoro di prevenzione con esercitazioni di forza senza palla, ma l’obiettivo era ed è quello di capire ciò che succede a livello metabolico”.

Quanto e perché ha innovato Milan Lab?
“Nasce come raccolta di dati per decifrare quanto accade in campo a livello fisico e mentale, fornendoli poi all’allenatore. Negli anni il percorso di Milan Lab non è stato facile, anche perché ci sono stati parecchi slogan a effetto non corroborati dai fatti. L’obiettivo primario era quello di prevenire gli infortuni, invece ci furono annata particolarmente tribolate. Milan Lab si è poi “trasferito” nel settore giovanile, con un coinvolgimento dell’area medica e un servizio completo del quale un settore giovanile di alto profilo non può non avvalersi”.

Dal 2002, quando il Milan preparava la stagione del ritorno sul tetto d’Europa, all’ultimo periodo berlusconiano: come è cambiata l’atmosfera?
“La cosa particolare è che il dualismo tra Galliani e Barbara Berlusconi si rifletteva anche nel settore giovanile, con la diatriba Galli-Bianchessi, creando una dinamica non certo ottimale e due metodologie diverse in seno alla stessa realtà”.

Perché i settori giovanili delle grandi squadre, come il Milan, producono pochi elementi in grado di giocare nella prima squadra?
“Perché in Italia c’è poca pazienza. Due come Di Gennaro e Astori oggi avrebbero potuto rappresentare parte dell’ossatura di un Milan che oggi si sta ricostruendo. Invece hanno dovuto fare il loro percorso altrove”.

C’è qualche ragazzo che ricorda in modo particolare?
“Sicuramente la classe ’92, perché io arrivo nel 2002 partendo dalle categorie minori. Mi viene in mente Mattia De Sciglio, ragazzo sano ed educato che credo sia arrivato a fine ciclo nel Milan, ma anche a Simone Verdi ed Alberto Paloschi. Mastour? Caso particolare di cattiva gestione, tecnicamente molto valido ma fu subito lanciato contro calciatori di due anni più grandi (è un ’98 e fu mandato con i ’96 di Pippo Inzaghi), venendo caricato di pressioni e dovendosi confrontare con ragazzi troppo più avanti fisicamente. Avrebbe dovuto seguire le tappe gradualmente”.

Una sorpresa?
“Il calcio è strano e ci sono molte componenti che determinano chi possa fare un certo tipo di carriera e chi si debba fermare prima. Matteo Darmian che fino a metà stagione negli Allievi Nazionali faticava a trovare spazio e ora è al Manchester United. I ragazzi che ti danno soddisfazioni ci sono, così come quelli che non fanno vita sana e vanno in crisi dopo 20 minuti di allenamento. Il calcio è tante cose e al suo interno dobbiamo provare a lavorare nel modo più serio, produttivo e qualificato possibile”.

Fabio Frongia e Mattia Marzeddu




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