Te lo do io l’Iron Man

Il portotorrese Gavino Petretto e la sua seconda vita da atleta anticonformista

Gavino Petretto, Iron Man portotorrese

Gavino Petretto, Iron Man portotorrese

Immaginate un uomo di corsa. La fronte grondante, le scarpe zuppe, gli occhi segnati dal sale, dal vento, dall’emozione. Alle spalle oltre mezza giornata di continuato sforzo fisico, davanti a sé il maxi schermo che ne riprende le ultime fatiche, il traguardo a 10 metri. Lo speaker che chiama il suo nome, la musica che batte il ritmo, tutto si sta per compiere…No. Il nastro va riavvolto. Proprio non si può chiudere la competizione più massacrante del mondo senza le urla e il boato che ne consacrano il senso più intimo. Gavino Petretto si ferma davanti al nastro, abbassa la testa e alza le mani scuotendo gli indici: “No, non ci siamo”. Si volta e scatta indietro di venti, trenta, quaranta metri. Un altro gesto, stavolta con i palmi rivolti al cielo. Ascesa e discesa meccanica, una questua di dinamo. Il pubblico finalmente si infiamma e ne celebra lo scatto finale. Lo show. Un tripudio, la scarica finale di adrenalina dopo dodici ore, quarantasette minuti e trentatré secondi. Barcellona, per essere precisi Calella. L’arrivo dell’iron man turritano è un elogio scanzonato al sacrificio, tanto che, mentre taglia il traguardo, fra sé e sé pensa: “Incredibile, io sono un metalmeccanico, non un atleta…



Certo, sentirgli raccontare faccia a faccia l’epilogo della sua quarta impresa del triathlon più duro che esista al mondo è tutt’altra cosa. Mettici una voce roca, uno spirito sempre ben disposto alla cionfra (come si dice dalle nostre parti) e soprattutto quella provvidenziale “infusura” di portotorrese in una racconto che solo all’inizio si sviluppa in italiano, non ha bisogno di imbeccate e soprattutto non vuole avere fine. “Se mi chiedi perché lo faccio non so darti una risposta precisa. So solo che mi devo divertire e per questo nel 2013 ho smesso con la maratona. Non mi bastava più, non mi divertiva più, avevo bisogno di nuovi stimoli”. Il primo Iron Man a Francoforte nel 2013, poi in Svezia, a Kalmar, nel 2014, in Austria, a Klagenfurt, nel 2016, a Calella, dintorni di Barcellona, lo scorso 7 ottobre. A 62 anni, volendo, ci si può prefissare margini di miglioramento: “Se mi allenassi come quelli che assumono un allenatore e seguono delle tabelle potrei anche chiudere in 12 ore e 10 minuti, ma, detto francamente, chi me lo fa fare? Il tempo mi interessa relativamente, la cosa più bella è sentire il pubblico che ti incita senza neppure conoscerti, guardarsi intorno e vedere migliaia di persone, di vite, di passati e di futuri. Immaginare le loro storie, chi è lì per battere il proprio record, chi per farsi una vacanza e chi perché magari ha litigato con la moglie”.

Petretto accolto trionfalmente all'arrivo dell'Iron Man di Calella (Barcellona) dello scorso 7 ottobre

Petretto accolto trionfalmente all’arrivo dell’Iron Man di Calella (Barcellona) dello scorso 7 ottobre

Una vita a lavorare in fabbrica, operaio specializzato prima, capocantiere alla centrale di Fiume Santo oggi. Sino al compimento del mezzo secolo di vita, mai un metro di movimento fatto in maniera disinteressata e soprattutto due pacchetti di sigarette al giorno consumati con avidità. Nel 2005 la folgorazione, la redenzione e l’inizio di un percorso fatto di medaglie da maratoneta al collo. Roma, Parigi, Berlino, Milano, Firenze per citare le più suggestive. Mai un ritiro. “Sono arrivato alla conclusione che il vero segreto per non soffrire queste competizioni non stia tanto nella metodicità e nella regolarità degli allenamenti, quanto piuttosto nella capacità di saper trovare e ascoltare la propria ritmica atletica. Quando ho iniziato con il triathlon, da buon portotorrese ero convinto di saper nuotare. Feci i primi tentativi in vasca e in mare e dopo neanche 50 metri ero letteralmente crepato. Per un buon mese di allenamenti ho continuato a soffrire lo sforzo, non riuscivo a spezzare il fiato. Poi un giorno ho deciso di tentare la distanza Balai-Scogliolungo e, non chiedermi come sia successo né perché, ho iniziato a nuotare e non mi sono più fermato. Avevo trovato la mia aerobica ideale. E per fortuna aggiungo, perché avevo detto a tutti i miei amici che avrei partecipato a un triathlon a Orosei: che figure avrei fatto se mi fossi ritirato alla prima disciplina?



Da quel primo “Olimpico” la posta si è alzata sino alla volontà di misurarsi con le distanze massime: 3,86 km di nuoto, 180 km di bicicletta, 42,19 km (una maratona) di corsa. “Quando ne parlo e anche ora che lo racconto, tra me e me penso che non sia una umanamente possibile. Eppure nel momento in cui ti trovi lì all’alba, con la musica a tutto volume e l’adrenalina a mille, senti proprio che il cervello abbandona il corpo. E non ce n’è per nessuno. Neanche per quelli che prima del via vedi spalmarsi creme, olii, tutti perfetti. Vai a pensare che sono fortissimi e invece poi chissà perché me li ritrovo dietro, anche quelli più giovani. Ricordo quell’iron man cinese che mi si piantò alle costole per buona parte della corsa. A un certo punto ho dato un accelerata e l’ho mandato fuori giri. Si capiva che non stava ascoltando il suo fisico”. In Spagna, dove Petretto ha chiuso al 1866esimo posto tra tutti i quasi 3000 partecipanti, 18esimo su 65 nella sua categoria, un risultato notevole, costruito anche con un’alimentazione quanto meno di rottura rispetto a quella più tradizionale: “A me non interessa se gli altri mangiano il riso in bianco o la fettina di pollo leggera. Io ho la mia tradizione: prima di ogni gara, una pizza con salsiccia piccante e un litro e mezzo di birra”. Anche se la paura di non farcela, una volta si è fatta sotto per davvero: “La frazione in bicicletta forse è quella più dura. In Austria vedevo davanti a me la strada, tutti che pedalavano a zig zag e io non capivo il perché. Poi quando sono arrivato all’inizio della salita ho realizzato il muro che avevo davanti. Alla fine del percorso ero stremato, non riuscivo più a respirare”.

Nella sua casa di Bancali, adibita a palestra e pullulante di ricordi delle imprese, un bicchiere di rosso accompagna il lungo fluire del suo racconto. L’ultimo sorso nelle vicinanze di un congedo dalla chiacchierata che lascia la piacevolissima sensazione di aver riscoperto il valore autentico ed essenziale dello sport. Se per Boniperti vincere non era importante, ma l’unica cosa che conta e se ancora per De Coubertin l’importante era partecipare, si capisce che con Petretto la competizione non può prescindere da un aspetto molto più semplice ma per questo non certo naif: l’importante, in fondo, è che alla base di tutto ci sia sempre e solo il divertimento. In acqua, su due ruote, di corsa, trasformando una fatica immane in energia pura. In mezzo a un pubblico che ti fa sentire vivo e invincibile. Che ti riempie qualsiasi vuoto.

Matteo Sechi



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