Marco Giampaolo, l’incompreso che divide

Marco Giampaolo è un personaggio diviso: può convincervi o meno, ma non vi lascerà indifferenti

Marco Giampaolo (foto di: ITA sport press)

Marco Giampaolo (foto di: ITA sport press)

Il suo modo di concepire ed interpretare il calcio può convincervi o meno. Improbabile che vi lasci indifferenti. Così anche il personaggio, complesso e intrigante, talvolta tormentato. Certamente non banale. Marco Giampaolo è così, un visionario. Capace di fornire una lectio magistralis di tattica, ma non sempre accompagnato dai risultati. Combinazione pericolosa per la carriera di un allenatore. Specialmente in Italia, dove si abusa di termini come progetto e lungimiranza come se si trattasse di slogan elettorali.

Un percorso sinusoidale il suo, da giovane architetto dell’Ascoli fino a diventare modello per alcuni suoi colleghi. Nel mezzo (troppe) cadute e qualche spunto brillante, slanci d’orgoglio e battaglie a tutela della sua reputazione. Sempre fedele alla sua linea, poco propenso ai compromessi. In un mondo, quello calcistico italiano, dove il concetto di onore finisce spesso nelle retrovie. Il dogmatismo si è rivelato la sua arma a doppio taglio: una condanna ad insuccessi in serie, accompagnati da consensi e rimpianti. “E’ uno dei tecnici italiani più preparati sul piano teorico, ma fatica a trasmettere i suoi concetti” si diceva di lui. Sembra incredibile, specialmente leggendo i complimenti piovuti negli ultimi mesi, ma Giampaolo, appena tre anni fa, allenava in Serie C. Periferia calcistica per chi ha ispirato decine di allenatori.



Sabato tornerà a Cagliari, una delle fermate incompiute della sua carriera. Sbarcò in Sardegna fortemente voluto da Massimo Cellino, intrigato da quel giovane tecnico capace di salvare l’Ascoli, una squadra costruita in quattro e quattr’otto dopo il ripescaggio in A. Fu accolto dalle aspettative di una piazza che puntava al consolidamento in A, abbinandolo ad un calcio più fluido rispetto a quello del predecessore Sonetti. Ma Giampaolo – l’avete capito – è come un lancio di moneta.

La scintilla con l’ambiente rossoblù, di fatto, non scoccò mai. A partire dal debutto, con sconfitta interna, per mano del Catania. Attese eccessive? Forse. Impazienza di patron e tifoseria? Diversi indizi inducono alla risposta affermativa. Certamente il rapporto tra tecnico e presidente si incrinò in pochi mesi, insostenibile il malcontento davanti ad una creatura così diversa dalle premesse. Fu tenuto a battesimo (esonerato) da Cellino, che lo richiamò dopo l’inconsistente parentesi Colomba. Tappa che, giocoforza, segnò la convivenza tra i due. Forzata, nonostante la conferma per la stagione 2007/08. Vissuta sui binari della diffidenza.

Il campionato successivo rappresentò la prova d’appello per Giampaolo. Accontentato sul mercato con gli acquisti di Foggia, Fini e Parola, fu chiamato ad una sterzata. E l’avvio sprint rappresentò un’eccitante illusione. Ma pur sempre un’illusione, che durò una manciata di giornate. Il secondo esonero (arrivato senza giocare, il giorno della morte di Gabriele Sandri) rappresenta per il tecnico di Bellinzona il punto di non ritorno. La tendenza dell’ex patron, abituato all’usa e getta con gli allenatori, trovò un ostacolo proprio in Giampaolo, che ricontattato per la terza volta da Cellino rifiutò di tornare a Cagliari: “Nella consapevolezza del danno economico che ne deriverà, rinuncio a tornare a Cagliari. L’orgoglio e la dignità non hanno prezzo. Un caso (purtroppo) più unico che raro.



Al netto di un rapporto turbolento, lasciò in Sardegna basi solide per alcuni suoi successori. Non un caso che Allegri e Lopez vedano in lui un punto di riferimento. La tappa successiva, Siena, lo vide ricalcare le orme di Ascoli, con una squadra capace di raggiungere i propri obiettivi giocando un calcio coinvolgente. Lavoro che attirò l’interesse della Juventus, della quale fu, di fatto, allenatore per 24 ore. Un traguardo sfumato che segnò l’inizio del suo declino tormentato. Giampaolo diviene una sorta di Baudelaire, inquieto tra la ricerca dell’estetica calcistica e un mondo nel quale fatica a riconoscersi. I fallimentari passaggi a Catania e Cesena sono solo il preludio di quanto avviene a Brescia, quando troncò il rapporto con i lombardi motivando così il proprio addio: “Sono stato fatto passare per un pazzo, invece sono molto lucido: semplicemente, non mi riconosco in questo calcio selvaggio”.

Brescia sembra dunque l’ultima fermata di una carriera nata sotto i migliori auspici e incanalata verso l’oblio. Giampaolo, invece, riparte da qui. E’ da Cremona, in Serie C, che trova lo slancio per una rincorsa fulminea. Una stagione a Empoli, raccogliendo l’eredità di Sarri, poi la Samp, dove si traveste da re Mida valorizzando il patrimonio tecnico blucerchiato. L’orologio sembra dunque tornato indietro a dieci anni fa, quando quel suo fare cattedratico intrigava il calcio italiano. Nella speranza che la sua nuova primavera rappresenti anche un passaggio verso una belle époque per questo mondo selvaggio.

Stefano Sulis

 

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