Caso-Lotito, l’ipocrisia degli indignati: prima cortigiani, poi paladini un tanto al chilo

Claudio Lotito, in una divertente quanto emblematica istantanea

Claudio Lotito, in una divertente quanto emblematica istantanea

E così ci si accorse che il signor Claudio Lotito – presidente della Lazio, deus ex machina della Salernitana, braccio destro di Carlo Tavecchio a capo della FIGC e tanto altro – ricopre un ruolo importante (eufemismo), dominante nelle sorti del calcio italiano. Serviva una telefonata registrata e divulgata dal direttore generale dell’Ischia, Pino Iodice, per indignarsi, chissà per quanto, chissà per cosa. Da venerdì mattina è un susseguirsi di dissociazioni da Lotito al grido di “Forza Carpi” e in difesa (sacrosanta) di quelle piccole realtà che meritano sul campo promozioni e allori vari.

Carlo Tavecchio, numero uno del calcio italiano

Carlo Tavecchio, numero uno del calcio italiano

Ovviamente raccapriccianti le considerazioni di Lotito, lo stesso che qualche anno fa disquisiva con l’allora patron del Cagliari, Massimo Cellino, convenendo su come “in Italia il provvisorio diventa definitivo”, e in virtù di ciò fosse giusto accelerare le pratiche per mettere in piedi lo stadio di Is Arenas. Tutti sanno come si sia evoluta e poi finita quella vicenda, pur persistendo diversi lati oscuri a due anni esatti dall’arresto dell’imprenditore sardo. Ma il fatto che già allora Cellino sentisse il bisogno di interpellare Lotito qualcosa avrebbe dovuto far scattare nelle menti di chi ora inorridisce. Tra questi ci sono anche quelli che in estate non batterono ciglio di fronte al caos che colpì Carlo Tavecchio, mollato per onor di firma (i voti, compresi quelli della Lega Pro, erano troppi perché potesse perdere) solo da quei pochi che non vollero mischiarsi alla vergogna. Quanto durò lo sdegno post-Optì Pobà? Poco. Cosa cambiò dopo talk show fiume e interdizioni internazionali a carico di Tavecchio? Nulla.

E c’è da scommettere che anche stavolta poco si muoverà. Lotito, a ben vedere, con modi discutibili e in contesti inopportuni, non ha detto nulla di strano, come del resto Tavecchio quando denunciava la miope esterofilia. Da almeno un decennio si discute di “superlega europea”, campionato dei grandi e dei ricchi e chi più ne ha più ne metta. L’andamento dei tornei segna da sé la frattura tra chi ha più risorse e chi annaspa. Un cane che si morde la coda chiamata diritti televisivi, dipendenza unica di un calcio italiano al collasso per motivi economici ed etici, come quelli legati a un commissario tecnico della Nazionale invischiato nel calcioscommesse (al pari del capitano della Lazio lotitiana). Un calcio che a parole si dice pronto a ridurre il numero di squadre (la follia della Serie A a 20 squadre dura da ormai 11 anni), ma che nei fatti assiste e produce tornei falsati dalla Serie A alla Serie D, quest’ultima zeppa di zavorre e formazioni materasso pronte a ripartire impunemente pochi mesi dopo. Dov’erano, per esempio, gli indignados odierni sul caso Parma quando Leonardi tesserava più di 100 giocatori, accumulava debiti ma permetteva a tanti di mangiare e costruire squadre occultamente satelliti della cupola parmense?

Domenico Capitani, al suo secondo anno come patron della Torres (foto: Sardegna Sport)

Domenico Capitani, al suo secondo anno come patron della Torres (foto: Sardegna Sport)

E dove erano, dove sono?, i presidenti oggi paladini della pulizia quando c’è da combattere la tratta di calciatori costretti a pagare il pizzo per essere inseriti nelle rose. Problemi su problemi, inettitudine diffusa di una governance ormai marcia, per questo impossibile da pulire e riformare. Un mondo che dopo lo shock Moggi è riuscito a rigenerarsi, con la stessa malvagità e facce (poche) diverse.

Claudio Lotito, per tornare al protagonista delle ultime ore, è lo stesso personaggio che in estate accoglieva nel suo ufficio – tra un affare di calciomercato e l’altro – presidenti e intermediari richiedenti ripescaggio per le proprie società di Lega Pro. Tanti di loro oggi sono arrivati primi davanti a microfoni e taccuini. C’era anche Domenico Capitani, da Lotito, a premere per mantenere (con successo) in terza serie la sua Torres. Quel Capitani che in estate votava Macalli e ora salta dall’altra parte della staccionata, quel Capitani che nella stagione 2012/2013 veniva deferito per aver impedito, da rappresentante legale del Fondi, l’ispezione della Co.Vi.Soc., e ora auspica colpi di spugna inefficaci, spesso di facciata. Ipocrisia tutta italiana, quella dell’indignazione un tanto al chilo e del “nuovismo” proposto da chi cerca rinnovata verginità. Consiglieri con gli occhi chiusi da mesi, disposti a votare ogni riforma per poi svegliarsi d’un colpo e dirsi pronti a guidare il movimento non si sa verso quale direzione. E allora avanti fino al prossimo capitolo, in barba a qualsivoglia “porcata” che il pallone dovrà calpestare, a fatica.

 

Fabio Frongia

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