Simone Deliperi, qui ai tempi della Nuorese - Foto: La Nuova Sardegna

Simone Deliperi, qui ai tempi della Nuorese – Foto: La Nuova Sardegna

Innamorato pazzo della Torres, ma anche del suo Valledoria. La sfida di mercoledì all’Acquedotto (ore 18, andata dei quarti di Coppa Italia di Eccellenza) è l’occasione ideale per una chiacchierata ad ampio raggio con Simone Deliperi, un nome che nel calcio sardo, sassarese e torresino non è certo banale. E da come esordisce c’è da capire che i temi non saranno pochi: “Dico subito una cosa: io al Vanni Sanna non sarò mai avversario, e salirò sempre dagli scalini di sinistra”.



Come se fosse ancora portiere della Torres…
E’ impossibile togliersi di dosso quei colori dopo aver vissuto esperienze di un certo tipo. Io, nel pieno della maturità agonistica, per la Torres sono sceso in Eccellenza dalla C2 con una scelta di cuore, convinta e forse affrettata, per la quale in tanti mi diedero (e mi danno) del pazzo. Per giocare nella Torres serve qualcosa di speciale a livello mentale, caratteriale prima che tecnico.

Allude al momento attuale, con la squadra di Cirinà a -7 dalla vetta?
E’ difficile giudicare da fuori e non mi sento di farlo. In tempi non sospetti dissi che secondo me era difficile vedere una Torres ammazza-campionato. La Torres in Eccellenza è di passaggio come la Juventus in Serie B, e non si può parlare di transizione o cose simili. Bisogna fare una squadra da categoria superiore che sopporti le pressioni, le polemiche, le difficoltà. Per questo Carpi, Benevento e Frosinone per andare in Serie A hanno bisogno di elementi di categoria, i bianconeri si servirono di molti campioni.

Qual è la ricetta?
Uomini forti nell’organigramma e in campo, gente che abbia indossato quei colori. Calciatori forti prima di testa che con i piedi. Alla Torres vedo sempre troppo pochi ex atleti che facciano da collante e garanti di un simbolo. Però sono contento che almeno gente come Pippo (Zani, ex portiere rossoblù ndr) sia lì dentro, come allenatore della Juniores.

Deliperi festeggia con la maglia della Torres

Deliperi festeggia con la maglia della Torres

Veniamo al Valledoria: un ottimo inizio dopo il KO pronosticabile contro il Castiadas. Soddisfatti?
Direi di si, siamo una realtà piccola, di paese, dove però ci sono partecipazione, serietà e consapevolezza dei propri mezzi ma anche dei limiti. La dirigenza è fatta di persone che hanno tanti impegni ma si spendono per tenere in vita il club. Molti di noi lavorano, in estate hanno svolto lavori stagionali, e allora ad inizio campionato diventa complicato reggere il passo con squadre come il Castiadas che hanno organici composti da molti giocatori che vivono di calcio e possono allenarsi in un certo modo. Però ci siamo ripresi e combattiamo.



Come mai il ritorno a casa?
Dopo una carriera ad ottimi livelli avevo bisogno di tranquillità, di stare vicino a mio figlio e mia moglie, farlo nel mio paese è ideale. Sto bene.

Che gara sarà quella di Coppa in casa della Torres?
Tutti quando sfidano la Torres danno il massimo, e questa è la difficoltà più grande per loro, perché recuperare e fare punti sarà complicato in ogni campo, a differenza di altre squadre meno blasonate. Sarà il nostro mister a decidere chi far giocare, anche se non abbiamo una rosa troppo ampia da poter parlare di riserve, o seconde linee che dir si voglia. Di sicuro non abbiamo nulla da perdere, a differenza della Torres. La Coppa Italia fa venire l’acquolina, se passi questo turno vai in semifinale, c’è prestigio e possibilità di giocarsi un’altra via per salire di categoria.

Simone Deliperi ancora in maglia torresina

Simone Deliperi ancora in maglia torresina

Poi lei ha confidenza con questa manifestazione…
L’ho vinta col Ghilarza, una realtà simile a Valledoria. Ci togliemmo tante soddisfazioni come quella della prima trasferta nella Penisola (a Cassino, ndr). Anche stavolta ce la giocheremo.  E poi, non nascondiamolo, per società come il Valledoria anche l’incasso che garantisce la Torres è invitante, quindi abbiamo voluto passare il primo turno perché sapevamo che avremmo trovato loro o il Sorso.

Valledoria orgoglioso e con talento: cosa ci dice su Elie Ngangue (leggi qui il nostro focus su di lui) e Roberto Seu, attaccanti classe ’98?
Due talenti molto validi che ci gustiamo. Elie ha mezzi tecnici e fisici di primo piano, sarebbe determinante anche in Serie D. Deve crescere tantissimo a livello tattico, questo è indubbio. Roberto è all’anno zero, stiamo facendoglielo capire. Ha fatto una scelta delicata (abbandonare il vivaio del Cagliari per tornare nel suo paese, ndr) e all’inizio ha fatto fatica perché doveva ricalibrarsi sulla nuova dimensione, ma ha le qualità per emergere. Voglio nominare anche Cristian Sias (classe ’84), lo sto vedendo molto pimpante e sui livelli delle stagioni migliori”.

Che campionato è quello di Eccellenza: la sua favorita?
Il Sorso, secondo me, oltre ad un allenatore molto bravo come Pierluigi Scotto ha un organico numericamente e tecnicamente molto valido. Le big sono quelle che tutti conosciamo: Castiadas, Stintino, Samassi e ovviamente Torres. Tutte hanno allenatori molto preparati e che lavorano bene sul campo – Seba Pinna, Stefano Udassi, Paolo Busanca – e in Eccellenza questo vale quanto avere un giocatore forte. Gli equilibri veri li vedremo però dopo almeno dieci giornate…

Perché?
A quel punto iniziano ad esserci squalifiche, infortuni, problemi vari. Se reagisci bene alle avversità allora puoi arrivare in fondo, non tutti hanno rose ricche per tenere botta.

E voi?
Noi vogliamo salvarci tranquillamente, senza le ansie del passato. Valledoria è una certezza dell’Eccellenza, che sa il fatto suo. Anche se… posso dire una cosa?



Prego.
Vorrei che ci fosse più appoggio istituzionale alla società, più sostegno dalla comunità. Altre realtà come la nostra, la domenica al campo, sono spinte da tutti perché è desiderio comune che venga tenuto alto il nome del paese. Da noi siamo ancora un po’ indietro.

Torniamo alla Torres: prima volta da avversario, come se la immagina?
“Quando ero ad Acireale, alla vigilia, mi feci male alla spalla e non giocai. Sarà strano, un po’ ci penso e un po’ scaccio l’idea. Sono sensazioni nuove. Ma, ripeto, non mi considero un avversario.

Avere dietro i ragazzi della Curva sarà particolare…
Dico sempre che non sono il miglior portiere della storia della Torres, forse non sono nemmeno tra i primi dieci. Ma per la stima della gente, per il rapporto umano credo di essere nelle prime posizioni.

Vedrà da vicino l’uomo dei miracoli: Tore Pinna. Come si spiega le sue continue prodezze?
Tore ha sette vite, come i gatti. Altrove non potrebbe giocare così, è questione di cuore, di testa, di motivazioni fuori dal comune per fare qualcosa che non è normale. A Sassari è una leggenda, un mostro, io ho avuto l’onore e l’onere di sostituirlo, e so cosa vuol dire fare una grande parata e vederla sminuita perché per Tore era un intervento ordinario.

Parliamo della sua storia nel calcio: dopo l’addio alla Nuorese ha un po’ sofferto…
La svolta ci fu quando scesi dalla C2 all’Eccellenza per la Torres. Quando vai in basso poi nel calcio è difficile risalire, però ho avuto modo di vincere e far vedere quello che ero (e sono) in piazze importanti come Nuoro e Ghilarza. Un anno o due in più in Serie D non mi cambiavano la vita, ho scelto la famiglia e ho lavorato in FIGC (responsabile attività dei portieri, ndr) grazie anche a Bernardo Mereu. Ma ci metto l’esperienza di San Teodoro e tutte quelle che feci prima della Torres, nel Sud Italia, che mi hanno formato e mi aiutarono ad essere utile alla Torres.



Mancano profili di quel tipo, oggi, alla Torres?
Non è semplice avere l’obbligo di vincere. Quando andammo in Serie D con la Nuorese non eravamo la squadra più forte, ma Bernardo Mereu fu il nostro fuoriclasse. Servono carattere e personalità, quelli che c’erano alla Torres quando il mister era Mauro Giorico, un padre per tutti noi di quel gruppo. La Torres deve vincere più possibile e poi a dicembre si vedrà, bisognerà investire e darsi da fare per rimanere in alto.

E i giovani?
Vanno aiutati, vanno trainati. Se nel tunnel prima della partita ne hai un paio che diventano bianchi dall’ansia puoi gestirli. Se ne hai quattro o cinque, e magari a essi si aggiunge qualche ‘grande’ allora diventa dura fare strada.

Sassari vuol dire anche Latte Dolce: che idea si è fatto del trambusto che stanno vivendo in via Leoncavallo?
Penso che abbiano pagato il cambio di allenatore a ridosso del campionato, adesso tocca ai giocatori tirare fuori la personalità. Gli elementi di caratura rilevante ci sono eccome. Mi dispiace molto per Marco Sanna, uomo vero e preparatissimo che ora dovrà rimanere fermo. Così come mi era dispiaciuto moltissimo per Massimiliano Paba, che ora ha una nuova occasione. Purtroppo nel calcio vincere aiuta a vincere, perdere aiuta a perdere, loro mi sembrano la classica squadra che ha bisogno di una vittoria per sbloccarsi e voltare pagina”.

Fabio Frongia



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