La squadra rossoblù allenata da Diego Lopez: 9 punti in 10 partite (3 vittorie e 7 sconfitte)

La squadra rossoblù allenata da Diego Lopez: 9 punti in 10 partite (3 vittorie e 7 sconfitte)

E’ sicuramente ancora presto per fare bilanci, dopo due partite di gestione Diego Lopez e nel pieno di un tour de force che si concluderà domenica a Torino in casa dei derelitti granata. Ma il Cagliari partorito all’alba dell’era uruguayana ha già crismi ben diversi da quello del suo predecessore. Niente di trascendentale o rivoluzionario, sbagliato anche parlare (ora) di meglio o peggio, ma le differenze sono state subito marcate.



Pronti, via e la difesa a tre (sulla quale Rastelli non aveva mai lavorato proponendola con risultati nefasti poco più di un paio di volte) è stata sdoganata. Difficile da insegnare e da imparare in pochi giorni, totalmente differente il sistema di gioco rispetto al recente passato, ma una linea di demarcazione netta che sa di messaggio per l’esterno e per il gruppo.

La scelta di passare al 3-5-2 (e varianti annesse) premia innanzitutto l’idea di mettere i giocatori al proprio posto, abbandonando quella dell’adattamento multiplo deleterio sin dalla passata stagione e ancor di più dal primo giorno di quella in corso. L’inizio della fine dell’era Rastelli si verificò quando vennero accettati i buchi post-calciomercato inneggiando ad una duttilità che di fatto mascherava (male) l’inadeguatezza sparsa. L’assenza di terzini ed ali impedisce di varare difesa a quattro e moduli con tridenti o simili, lasciando allo schieramento visto mercoledì sera lo spazio per distendersi ed evolversi.

I benefici sono quelli ammirati al cospetto di un avversario inferiore e in difficoltà, rianimato dai patemi rossoblù ma comunque incapace di essere banco di prova reale. Ecco perché bisognerà aspettare test ulteriori, a cominciare da quello torinista, per capire se la strada sia davvero maestra e cosa servirà a gennaio, ammesso che ci sia la possibilità di intervenire.

Provando a tracciare “pro” e “contro” dell’opera di normalizzazione attuata con il cambio di guida tecnica, i primi sono riscontrabili nella maggiore protezione fornita ad un giovane come Miangue, che può giocare affianco all’esperienza di Padoin (o Ionita) e alla freschezza matura di Barella, protetto anche da un marcatore alle sue spalle. Ma non solo il belga – ancora vergine e tutto da formare calcisticamente – può trarre giovamento da un’impalcatura più quadrata. Il discorso può essere esteso a van der Wiel sulla destra, a Faragò (oggi titolare inamovibile), a Barella, tutti con meno campo da coprire e soprattutto possibilità di farlo in maniera più redditizia.



Le incognite non mancano. A cominciare dal ruolo di centrale difensivo nel terzetto, con Andreolli e Ceppitelli che non appaiono abbastanza dotati a livello tecnico e di leadership per comandare il reparto e da lì innescare la manovra. Più adatto sembra il giovane Romagna, certamente tra i più positivi di inizio stagione, ma sul centrodestra mancherebbe la sua capacità di portare su il pallone e proporsi, una dote fondamentale quando si gioca a tre dietro, come insegnano per esempio le squadre di Gasperini. Sovente, contro il Benevento, è stato il biondo marchigiano a farsi trovare in zona offensiva, non certo un caso e anzi un aspetto da sottolineare perché fa parte di quegli sviluppi positivi di tale sistema di gioco.

In difesa, insomma, la coperta è corta, a maggior ragione se dovesse mancare un mastino come Pisacane, la cui assenza ha pesato eccome dal 38′ di Cagliari-Benevento. A centrocampo, in una sfida cruciale, Lopez ha badato al sodo optando per due corridori come Padoin e Barella: se il sardo sta bene ovunque e potrà col tempo imparare anche a fare da mediano centrale, appare evidente come il friulano renda meglio in zona più centrale (le poche cose buone della passata stagione arrivarono da mezzala nel rombo), laddove il suo rimanente dinamismo si disperde meno. Restano da collocare quei giocatori che sulla carta dovrebbero garantire geometrie e qualità. Optando per un modulo “di garanzia” con la priorità di assicurare solidità, almeno uno tra Ionita, Joao Pedro e Cigarini è di troppo, e col Benevento addirittura due di loro hanno iniziato dalla panchina. Già a Torino si capirà se sia stato solo turnover o se il Cagliari da corsa dovrà rinunciare ai piedi buoni almeno fino a quando il cambiamento non sarà digerito.

Lopez, al netto delle parole di circostanza sul “tutti sono importanti e nessuna esclusione è definitiva”, ha iniziato a scegliere, ha anche indicato Ionita come potenziale trequartista tra i tanti a disposizione, ma oggi lo scacchiere non prevede l’uomo dietro le punte, se non a compimento della manovra originata dal 3-5-2. Il moldavo è tra i più duttili e prestanti del Cagliari, utilizzabile anche da fluidificante, ma qui rappresenterebbe una vera e propria novità e richiamerebbe quell’adattamento spinto sconfessato dai discorsi di cui sopra. Ugualmente di difficile collocazione sono Joao Pedro e Farias, brasiliani in fase di involuzione che amano cercare la posizione sul campo. Insomma, niente di più diverso dall’opera di normalizzazione in atto.

E in attacco? Insostituibile Pavoletti, sempre tra i migliori anche nei momenti più bui e al di là dell’ultima prodezza, accanto al labronico occorre trovare un compagno che possa fungere da raccordo ma soprattutto garantire pericolosità in zona gol. Il Sau visto col Benevento ha fatto più il trequartista che la punta, e la sua prestazione è stata inficiata inevitabilmente da due errori marchiani. Il barbaricino resta croce e delizia, carattere ombroso e prestazioni discontinue, asfittico ma prezioso nel suo lavoro di raccordo quando viene all’indietro per dialogare e far salire la squadra grazie alla sua tecnica. Una squadra che, però, non può permettersi troppi portatori di palla che rallentano un gioco già di per sé poco fluido e qualitativo. I vari Sau, Cigarini, Joao Pedro e Farias incarnano lo spirito di compassati giocolieri, un lusso che il Cagliari ammalato fatica a sopportare.



Detto di Sau, si perde qualcosa davanti, dove Pavoletti rimane isolato, ma nessuno dei compagni appare in grado di dare una mano alla causa. Ci sarebbe Melchiorri: il marchigiano è pronto da tempo, la sua situazione fisica è nota (leggi qui), starà alla società e allo staff tecnico decidere se puntare ancora o meno sull’ex Pescara. Il ragazzo di Treia è attaccante completo, ideale partner di uno come Pavoletti, grazie a velocità e fisico, classe e carattere. Va recuperato, di fatto lo è e ha bisogno di giocare, il bivio è tra la concessione di una chance e la conservazione in naftalina affidandosi a quel che passa il convento. Almeno fino a gennaio.

Fabio Frongia

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