Mauro Giorico e Luca La Rosa dopo il 3-0 con l'Olbia

Mauro Giorico e Luca La Rosa dopo il 3-0 con l’Olbia

Mettici la partita perfetta, nel primo derby di Gallura in Serie C della storia, sotto un cielo olbiese e contro i (presunti) favori del pronostico. L’Arzachena è umiltà, dedizione, sacrificio. È intelligenza tattica, potenza fisica, discreta tecnica. È una macchina da guerra che continua nel sempre più chiassoso silenzio a punire tutti quegli avversari che osano incappare nel grave peccato della presunzione. Come se i biancoverdi fossero costruiti per far tornare tutti sulla terra: toccò l’anno scorso al Monterosi e al suo eccentrico presidente, è toccato ieri all’Olbia dove già qualcuno aveva provato a parlare di Serie B.



A dirigere l’orchestra biancoverde il maestro Mauro Giorico, allenatore di cui si parla sempre troppo poco e che può vantare al suo servizio una schiera di venti giocatori pronti a fare qualunque cosa chieda. Quasi una catarsi tra lui e la sua squadra, un tutt’uno che ha clamorosamente imbrigliato e fatto venire il mal di testa al più famoso e celebratissimo Bernardo Mereu. Una gara preparata bene e interpretata meglio, attendendo costantemente l’Olbia dietro la linea della palla, recuperata puntualmente grazie al pressing asfissiante.

L’Arzachena di Mauro Giorico è una squadra che ti sa guardare dentro, trovare i tuoi difetti e spiattellarteli in faccia obbligandoti ad averne a che fare. Così gli smeraldini sono stati spietati quando hanno letteralmente polverizzato senza pietà i giovani e leggerini ex giocatori della Primavera del Cagliari o arginato in scioltezza il macchinoso Roberto Ogunseye. Se la sono andata a giocare con una spavalderia irridente con tre punte e due mezzali offensive, non limitandosi solo a difendere ma dominando in lungo e in largo per i 90′. Hanno spento la luce della stella Ragatzu, anche lui tornato alla normalità dopo mesi di estasi calcistica e ridimensionato la forza dei cugini ai quali le assenze a centrocampo sono pesate nettamente di più.

L’Arzachena pulsa nel cuore di Danilo Bonacquisti, di Marco Ruzittu, di Andrea Sanna e di tutti quei giocatori a cui nessuno ha mai regalato nulla, che non hanno avuto corsie preferenziali e che si sono presi il professionismo con le loro forze, partendo dal basso, sgomitando nelle categorie più infime del calcio italiano, a un’età in cui ormai la carriera potrebbe sembrare già segnata. L’Arzachena è il genio di una ex giovane promessa come Alessio Curcio o la corsa instancabile di un gigante di due metri di nome Michele Vano. L’Arzachena è una società che è cresciuta insieme ai suoi ragazzi con pochi soldi in tasca e tanti sogni nel cassetto. L’Arzachena è la rabbia inconfondibile di chi ha voglia di dimostrare a un mondo fino a quel momento distratto che sì, “anche se ve ne dimenticate spesso, quassù ci possiamo stare anche noi”.



Partiti tutti insieme dallo stesso punto di partenza e tutti insieme, adesso, pronti a combattere fino alla fine per raggiungere l’ennesimo storico traguardo, quello della salvezza, così lontana nella torrida estate gallurese piena di dubbi e peripezie, così alla portata dopo undici giornate di Serie C e un settimo posto più che legittimato. La strada è ancora lunga, tortuosa, complicata. Arriveranno i momenti bui, le sconfitte pesanti, la stanchezza. Ma la certezza è quell’uomo di poche parole seduto sulla panchina, il più pragmatico e razionale tra gli allenatori alla guida di questa folle Arzachena. Con la consapevolezza di una storia che è già stata scritta e la irrefrenabile voglia di continuare a farlo.

Oliviero Addis

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