Alessio Cragno in Cagliari-Chievo

Alessio Cragno in Cagliari-Chievo

Voli d’angelo pirotecnici, riflessi da gatto, coraggio negli uno contro uno e in mischia, senza dimenticare le prese alte, vera e propria lacuna del suo primo anno al Cagliari. Stiamo parlando di Alessio Cragno, numero 1, anzi, numero 28 rossoblù, fra le note più liete di questa non esaltante stagione cagliaritana. L’estremo difensore toscano ha palesato una crescita per molti inaspettata, diventando un vero punto fisso della formazione prima di Rastelli e poi di Lopez. Ci sentiamo dunque di definire il classe ’94 il più forte portiere italiano attualmente in circolazione.



UNA CRESCITA SUDATA – Non era partita bene la sua avventura nel Golfo degli Angeli. Un portierino acerbo, anche timoroso, guidato in panchina da Zdenek Zeman, un tecnico la cui fase difensiva è sempre stata un vero e proprio incubo per i propri calciatori, in particolare per quelli dell’ultima linea e fra i pali. Ma già in quella sciagurata stagione, qualcosa di buono si intravedeva in quel giovane ragazzo arrivato dal Brescia. In molti, però, dubitavano del valore di Cragno, ritenuto troppo basso e di scarsa affidabilità. In pochi ci avevano visto lungo: la sua esplosività e la prontezza di riflessi, erano note da subito ai più attenti. L’Uomo Cragno è andato dunque umilmente a forgiarsi in Serie B dalla metà della successiva stagione cadetta, prima con Lanciano e poi col Benevento, col quale ha centrato una storica promozione. Le ossa se l’è fatte eccome: al suo ritorno a Cagliari lo si è potuto subito evincere, risultando più volte decisivo, più volte il migliore tra i suoi. Arrivò in Sardegna dopo essere stato “puntato” dal presidente Tommaso Giulini, il quale ha da sempre sindacato in prima persona sui guardiani dei pali. E chissà cosa penserà ora di lui Stefano Capozucca, ex DS del Cagliari che avrebbe portato in braccio Cragno al Napoli qualora fosse arrivata un’offerta di dieci milioni. Ora ne vale almeno il triplo!



THE BEST – Attualmente, a livello italiano, non sembra esserci nulla di meglio rispetto al nativo di Fiesole. Considerando i 40 anni e la parabola sempre più discendente – pur essendo ancora tra i migliori – di Gianluigi Buffon, ecco che il nostro campionato offre una buona scelta di portieri a livello medio. Spicca sicuramente Salvatore Sirigu, estremo difensore di La Caletta rivitalizzato dal passaggio a Torino dopo un buio periodo tra Francia e Spagna, anagraficamente oltre le trenta primavere. Molto più giovane (quasi 25enne) è Marco Sportiello, portiere della Fiorentina che non ha mai dato davvero la sensazione di poter fare un salto di qualità, ballando tra topiche e ottimi interventi. C’è poi quel “GigioDonnarumma che, rispetto all’isolano, ha dalla sua l’aspetto anagrafico ma, dopo uno strabiliante avvio di carriera, si è dimostrato ancora poco granitico a livello mentale e non perfetto in alcuni aspetti tecnici. Il testa a testa, al momento, vede coinvolti Cragno e Mattia Perin: le incognite sul genoano riguardano la tenuta fisica, visti i due gravi infortuni al ginocchio, nonostante stia attraversando un grande momento, ci sentiamo di propendere per il cagliaritano, alla luce di carta d’identità e rendimento complessivo nel lungo periodo, definendolo così il miglior portiere italiano in circolazione per efficacia, sicurezza, decisività, stile degli interventi e possibile futuro.



GIGI, ORA BASTA! – In Italia c’è sempre stata una forte, ottima tradizione di buoni portieri. Al di là di colui che è stato il numero uno indiscusso per tantissimo tempo, ovvero Gigi Buffon, ci sono stati tanti buoni interpreti del ruolo nei vari anni, seppur nessuno sia mai riuscito anche solo ad avvicinarsi alle gesta del leggendario portiere della Juventus. Tanti, troppi giovani promettenti che poi non sono riusciti mai a spiccare realmente il volo, fermandosi tra il buon livello e la mediocrità. Negli ultimi anni possiamo ricordare portieri come Viviano, Consigli e Mirante, ottimi in Under-21 ma rivelatisi poi adatti solo per squadre di medio livello con sporadici e brevi picchi. Gli “antichi” Agliardi e Curci, mai esplosi, o i più recenti Bardi e Leali, i quali faticano a venire fuori, quindi l’ex Cagliari Marchetti, giunto sino alla presenza ai Mondiali ma regredito presto tra infortuni, vicende poco chiare nei rapporti con i club (Cagliari e Lazio) e un carattere non semplice mai realizzati. Parte di questo “blocco della crescita” è possibile ricercarlo (anche) nell’egemonia esercitata da Buffon lungo tutti questi anni. Impossibile mettere in dubbio il valore e l’importanza che ha avuto il calciatore di Carrara nella sua era ultraventennale, sia a livello di club sia di Nazionale ma, altrettanto indubbiamente, è il momento di dire basta. Dopo la Caporetto italiana alle qualificazioni per i Mondiali, “GigiOne” aveva ammainato la sua bandiera tra le lacrime, ma ora sembra intenzionato a parare fino agli Europei del 2020. Non è sbagliato dire che, visto il su pedigree, Buffon abbia ben poco da aggiungere a esso, mentre gli errori qua e là si alternano a notevoli miracoli che è ancora in grado di regalare. Una discontinuità che è didascalia della necessità di andare oltre, in un momento che dovrebbe essere di restauro totale per il calcio italiano. Buttare via un’altra buona – se non ottima – generazione di portieri, soffocando quindi ogni ambizione altrui per il capriccio di una “star”, è un’eventualità di cui tutti faremmo volentieri a meno.

Mattia Marzeddu



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