Un'espressione intensa di Simone Pippia

Un’espressione intensa di Simone Pippia

Simone Pippia, classe ’96 di Oristano ha deciso qualche anno fa di salutare famiglia e amici e partire alla volta degli Stati Uniti. Obiettivo? Diventare un pugile professionista. Dopo essersi avvicinato al pugilato su consiglio di alcuni amici, Simone ha continuato negli anni ad allenarsi duramente alla Folgore Boxe di Oristano, dove ha alimentato la sua forte passione sino a voler tentare di vivere il sogno americano.

Quanti anni avevi quando hai iniziato ad approcciarti a questo sport? “A 15 anni, quindi abbastanza tardi per quelli che sono gli standard, a 19 sono andato per la prima volta, da solo, negli States“.

Quale fu lo spunto? “Un preparatore atletico cubano mi contattò dicendomi che mi avrebbe voluto vedere lì negli Stati Uniti. Mi ha fatto capire che forse la boxe sarebbe stata la strada giusta da prendere dopo aver acquisito una certa esperienza qui in Sardegna”.

A proposito di esperienza, le cose in Sardegna come sono andate? “Direi bene, ho vinto i campionati regionali e siamo andati a Roseto degli Abruzzi per i Campionati italiani. Poi dopo essermi confrontato con il mio allenatore ho deciso di varcare l’Oceano”.



Qual è stata la reazione dei tuoi familiari quando hai detto di voler partire? “La mia famiglia ha sempre avuto un po’ paura di questo sport, in particolare mia madre. Tuttavia sia lei che mio padre mi hanno sempre supportato, appoggiando immediatamente la mia voglia di andar via dall’Italia. Son stati proprio loro a dirmi di prendere le valigie e proseguire l’avventura”.

Parlando della tua esperienza negli USA, cosa hai notato di diverso rispetto all’Italia? “L’allenamento è differente: lì mi alleno tre volte al giorno tutti i giorni tranne la domenica. La boxe è vista in modo totalmente diverso rispetto a qui. Negli Stati Uniti ha molta più importanza, è un po’ come il calcio in Italia”.

Come ti sei trovato con Jorge Rubio, già allenatore di numerosi pugili professionisti tra cui il campione Rigondeaux? “E’ stato il mio primo allenatore una volta che sono arrivato a Miami. Nonostante avessi poca esperienza mi ha sempre detto che avevo molto cuore e molto coraggio e che con un buon allenamento sarei potuto rimanere con lui per crescere nell’ambito pugilistico. Purtroppo non son più potuto tornare da Rubio perché la palestra è molto distante da dove alloggio”.

Adesso dove ti trovi? “Alla World Famous 5th St. Gym Miami Beach, la palestra in cui si è allenato Muhammad Ali quando era giovane, e mi trovo molto bene. L’allenatore è Dino Spencer e mi segue veramente in tutto. Ci stiamo allenando insieme per un debutto da professionista, e io spero che avvenga prima di quest’estate, poi il resto si vedrà. Inoltre mi son ripromesso di non fare più un incontro da dilettante, non per sminuire i dilettanti, ma io personalmente punto al professionismo. Penso che sia un altro mondo, è lì che si vede veramente quanto puoi valere”.

Ci sono molti pugili invece che preferiscono la carriera da dilettante, cosa ne pensi? “Penso che questo succeda marcatamente in Italia, in quanto la massima aspirazione per molti è rappresentata dalle Olimpiadi. In Italia tutti vogliono puntare a quell’evento, entrando per esempio nelle forze armate. In America questo non esiste. Un americano, se decide di lavorare sulle Olimpiadi, le fa una volta e poi passa al professionismo, non partecipa due o tre volte come è capitato per gli Azzurri. Il mio parere è che la strada del dilettantismo e delle forze armate precluda certe soddisfazioni che invece potrei togliermi da professionista”.



Quanti ti manca la famiglia e la vita nel Belpaese? “Non nego che a volte e in certi frangenti manchi. Però bisogna fare sacrifici. Preferisco impegnarmi, trovare un contratto da professionista e lavorare facendo ciò che amo, piuttosto che cercare e svolgere un lavoro che non mi dà le stesse soddisfazioni. Se scegli un lavoro che ami non dovrai lavorare neppure un giorno della tua vita, ne sono convinto”.

Poco tempo fa c’è stato l’incontro tra il sardo Alessandro Goddi e il polacco Szeremeta per il titolo dei pesi medi. Hai avuto modo di seguirlo? “Purtroppo no, mi è dispiaciuto per come è andata. Mi fa piacere vedere il percorso che Goddi sta compiendo, e penso possa fare molto di più. Szeremeta è un cliente ostico, spesso però la sconfitta insegna tanto e spinge e a crescere”.

Che spettatore di pugilato sei? “In generale seguo molto di più il pugilato estero, in quanto penso che in Sardegna, ma in Italia in generale, non si dia la giusta importanza a questo sport. Per un giovane, bambino, ragazzo e uomo adulto, lo sport è fondamentale. Non parlo solo del pugilato e dell’agonismo. Meglio impegnarsi in un’attività, cercando di raggiungere degli obiettivi, anziché stare tutto il giorno in giro a fare le solite ‘ragazzate’ come molti miei coetanei”.

Quali sono i tuoi miti-modelli del ring? “Sarò banale ma del passato io stimo molto Mike Tyson, per quello che è riuscito a diventare nonostante sia partito dal nulla più totale. Sicuramente avrebbe potuto fare anche meglio se avesse tenuto a bada certi comportamenti. Per quanto riguarda invece pugili che stanno ancora combattendo stimo moltissimo “Canelo” Alvarez, uno dei più forti al mondo se non il più forte, e Gabriel Rosado, per via del grande coraggio. I miei amici mi chiamano ‘The italian Rosado’ perché dicono che un po’ ci assomigliamo, sia fisicamente che nello stile”.

La vacanza in Sardegna e poi il ritorno in Florida, ora qual è l’obiettivo? “Debuttare nel professionismo il prima possibile, facendo un primo incontro in America. Inoltre ho un desiderio: poter fare il mio secondo match qui in Sardegna, sponsor permettendo”.

Andrea Muroni

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