Senna Miangue (foto: Zuddas)

Senna Miangue (foto: Zuddas)

“Non volevo giocare a calcio, ho iniziato che avevo già 12 anni”. Così Senna Miangue, laterale sinistro del Cagliari, classe ’97 arrivato dall’Inter, che a L’Avenir si è raccontato a 360 gradi parlando di molti argomenti.

Spazio all’attualità cagliaritana. “Abbiamo cambiato allenatore quest’anno – dice in riferimento all’avvicendamento Rastelli-Lopez – e per me va tutto bene. Ho giocato le ultime due gare di campionato e, anche se posso fare di più, mi sento meglio che ai tempi dell’Inter, dove venivo considerato sempre come il piccolo che veniva dalla Primavera”.

Scoperto dall’Inter a 16 anni, durante un match della Nazionale Under 16, approda in prima squadra con Roberto Mancini, poi l’esordio con Frank De Boer: “L’olandese ama lavorare con i giovani – dice Miangue -, per questo mi ha portato in prima squadra. Poi Pioli non mi impiegava granché. Nemmeno a Cagliari, nei primi sei mesi, ho giocato molto, ma mi hanno proposto comunque il trasferimento definitivo. Ora sto bene, ho l’impressione di essermi ambientato. Ho imparato molto da compagni più esperti come Bruno Alves, Castan o, quando ero all’Inter, Miranda. Sono contento di quanto fatto sino ad ora, ma non ancora pienamente soddisfatto”.



Sulla Nazionale: “C’è differenza fra sognare qualcosa e pensare concretamente a qualcosa. Ai Diavoli inteso come Nazionale maggiore non penso ora, ma è un mio sogno. Anche se quando ero più giovane non pensavo di diventare un calciatore professionista. In realtà, ero più attirato dal basket. Sognavo la NBA, avevo dei poster di Allen Iverson, di Kobe Bryant, Shaquille O’Neal. Non mi piaceva il calcio. Ho giocato a basket sino agli 11 anni, ma visto che ero spesso solo…”.

Sino al giorno in cui ha seguito il compagno di sua madre sui campi di calcio. Ci ha preso gusto ed è passato dall’Hoboken all’Antwerp e poi al Beerschot. Prima come attaccante, poi come terzino sinistro. Prima di vedere arrivare una proposta italiana: “Non ho esitato. E non ho mai avuto rimpianti. Per un difensore l’Italia è il paradiso. Ho avvertito la differenza di livello e oggi continuo a imparare tanto. Non è un luogo comune, in Italia esiste davvero una cultura della difesa. Se giochi in Italia, tatticamente diventi forte. E dopo puoi giocare dappertutto”.



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