Diego Lopez in panchina alla Sardegna Arena (foto: Zuddas)

Diego Lopez in panchina alla Sardegna Arena (foto: Zuddas)

Le parole ormai si sono sprecate, trovare spunti e titoli è sempre più arduo. Sono stati usati tutti davanti ad un Cagliari in caduta e svuotato di ogni contenuto. Si va avanti per inerzia, a caccia di una salvezza da benedire come quei punti raggranellati qua è là durante un cammino tortuosamente soporifero. Aggiungere a tanto zoppicare anche una retrocessione dolorosissima (su più fronti) sarebbe il completamento di un disastro che verrebbe da molto lontano, e che richiederebbe molte spiegazioni per le tante – troppe – mosse avventate e sbagliate.

Per le analisi corpose ci sarà tempo, anche se in realtà i vari temi sono stati più volte toccati in questa sede, ma nulla è cambiato nel concreto. Meglio, allora, concentrarsi su quanto offerto dall’ultima partita, più in generale dalle ultime settimane e mesi. Inutile spaccare il capello, facendo il conto tra beffe subite o inferte, gol in più o in meno, pallone al di qua o al di là del palo. Le recriminazioni dei poveri, insomma, mettono fuori fuoco la malattia terminale dei rossoblù. Non aiuta nemmeno il silenzio assordante proveniente dalla stanza dei bottoni, dove è difficile capire se ci sia più terrore, incertezza o tranquillità di fronte a quel che accade.



Il plotone targato Lopez non è capace di proporre un barlume di gioco all’altezza della categoria. Nel momento in cui calano intensità fisica e mentale ecco che l’avversario anche meno pregiato riesce a esultare. E’ l’effetto dell’assenza di idee, di un impianto di gioco crollato miseramente una volta uscito dal campo Cigarini, l’unico in grado di far da sé in termini di quella gestione che da bordo campo non viene architettata. Ne vengono fuori partite fatte di strappi effimeri, battaglie confuse dove l’episodio può andarti a favore (Benevento) o contro (Genova e Lazio). Più in generale, viene restituita l’atmosfera di un finale di stagione dove devi lanciare la monetina. Niente di più rischioso, all’interno dei novanta minuti come nella consultazione del calendario, guardando agli impegni tuoi e degli altri.

Ecco perché non resta che pregare, sedendosi nel divano e indossando le sciarpe giallorosse beneventane e granata toriniste. Andare domenica a Verona gravati anche di risultati sfavorevoli – in questo mercoledì improvvisamente da incubo – sarebbe un altro macigno sulle fragili spalle cagliaritane.

Fabio Frongia



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