Tommaso Giulini (foto: Zuddas)

Tommaso Giulini (foto: Zuddas)

“Paracadute” e “affare dalla retrocessione in Serie B” sono due temi ricorrenti, quasi proverbiali allorquando si parla di coloro che sono indiziati a scendere di categoria. Di questo poco onorevole gruppo fa parte suo malgrado anche il Cagliari, sprofondato in una crisi nera. Rilevare come l’eventuale capitombolo in cadetteria sarebbe nefasto sul fronte sportivo ed economico è banale, ma più utile risulta analizzare con i freddi numeri il disvalore rappresentato da quella che sarebbe la seconda retrocessione in quattro anni di era Giulini.

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Le disposizioni in termini di “paracadute” (la somma destinata a quelle squadre che possono ammortizzare la retrocessione) sono state modificate di recente. Il budget totale ammonta a 60 milioni di euro: 10 milioni ciascuno sono destinati a quelle squadre neopromosse e subito retrocesse (esempio: Benevento e Spal); 15 milioni a testa vanno a chi negli ultimi 3 anni ha disputato almeno 2 campionati di Serie A, anche non consecutivi (esempio: Crotone); 25 milioni cadauno vanno a chi negli ultimi 4 anni ha disputato almeno 3 campionati di Serie A, anche non consecutivi (esempio: Cagliari, Hellas Verona, Chievo, Sassuolo). Va da sé che dal suddetto budget di 60 milioni del “paracadute” possono avanzare dei soldi (esempio: retrocedono Benevento, Spal, Crotone, totale 35 milioni) che andranno a sommarsi al paracadute dell’anno successivo accumulando una cifra non superiore ai 75 milioni di euro, mentre fino all’anno scorso la cifra rimanente si ridistribuiva tra le squadre arrivate dal 4° al 17° posto. Se a retrocedere fossero, per esempio, Cagliari, Hellas Verona e Crotone, la cifra si ridurrebbe proporzionalmente per rientrare nei 60 milioni di budget.



Appare dunque evidente come, nel caso del Cagliari, scendere in Serie B sarebbe tutt’altro che conveniente e remunerativo. Intanto i 25 milioni di “paracadute” (liquidati per il 40% il giorno dopo la fine del campionato 2017/2018 e per il 60% alla prima giornata di Serie B 2018/2019) sarebbero poco più della metà dei soldi che garantirebbe Sky (48.5 milioni di euro) se si partecipasse alla Serie A 2018/2019. Un dato eloquente, a maggior ragione se si pensa che sino all’anno scorso questa voce fruttava al Cagliari 30 milioni di euro, poco più della cifra garantita dal “paracadute”.

La partecipazione alla Serie A 2014/2015 (conclusa con la retrocessione) aveva garantito al Cagliari 29.9 milioni di euro di diritti televisivi. Mentre la Serie B, a questa voce, garantì appena 1.8 milioni di euro. In quella stagione la società di via Mameli incassò circa 17 milioni di euro dal “paracadute”, per un totale (tra “paracadute” e diritti tv) di circa 20 milioni di euro, a fronte dei quasi 30 che le avrebbe garantito la Serie A.

Chi retrocede dalla Serie A ha un collasso economico non da poco, ecco per questo l’esistenza del “paracadute”, che permette di ammortizzare il ribasso del valore della rosa, l’esposizione da contratti stipulati nella massima serie, i diritti tv molto meno vantaggiosi (quelli della Serie B italiana ammontano a circa 3 milioni da ripartire per tutti i club).

Non solo, una squadra in Serie B difficilmente riuscirebbe a trattenere i calciatori più forti e di valore, vedendosi costretta a venderli a cifre inferiori rispetto a quelle preventivate, assecondando la volontà dei tesserati e delle pretendenti. Una dinamica classica e fisiologica, che riguarderebbe gente come Cragno, Faragò, Romagna, Han, Barella (altro che 50-60 milioni per il suo cartellino…), Pavoletti (il calciatore più pagato della storia e con un contratto quinquennale), ricalcando così gli addii del 2015 dei vari Ekdal e Rossettini, tra gli altri. Ovvero quei calciatori in “età d’oro” e con richieste dalla massima serie, italiana o estera.

A tutto ciò si aggiunge la svalutazione del marchio Cagliari Calcio in senso lato, legandosi quindi a contratti da stipulare o ridiscutere con sponsor commerciali e tecnici, ai diritti televisivi italiani ed esteri, agli introiti dalla vendita dei biglietti: se per Cagliari-Juventus si è potuto puntare in altissimo, difficilmente si potrebbe farlo per Cagliari-Cittadella.

C’è poi il discorso nuovo stadio, ultimo ma non da ultimo per importanza. Ribadendo come si rimane in attesa di novità sostanziali sul fronte del progetto definitivo (è probabile che ogni annuncio e réclame sia in freezer attendendo momenti migliori dal prato verde), non è sbagliato prevedere che il conclamato progetto stadio subirebbe un fortissimo scossone in caso di nefasta retrocessione. Quanto sarebbero appetibili i naming rights (l’associazione di uno sponsor al nome del nuovo stadio) per un impianto di una squadra di Serie B? Quanta differenza economica, commerciale, di appeal c’è tra giocare nello “stadio X” un Cagliari-Cittadella che si filano in pochi e un Cagliari-Juventus in diretta in molti Paesi? Chi sarebbe interessato a costruirti e pagarti uno stadio con un ritorno di immagine e pubblicitario esponenzialmente inferiore rispetto a quanto sinora preventivato?

Domande e calcoli doverosi, affrontando con realismo quello che, alla fine, quando si fa business associato allo sport conta più di tutto: il responso del rettangolo verde.

Fabio Frongia



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