Lopez e Rossi, allenatore e ds del Cagliari (foto: Zuddas)

Lopez e Rossi, allenatore e ds del Cagliari (foto: Zuddas)

Prima il Ko di Verona, poi il siluramento a sorpresa del direttore sportivo, nel giorno di riposo che precede l’inizio del ritiro verso la delicatissima sfida all’Udinese. Tappe di un disastro che il Cagliari Calcio ha coltivato da tempi non sospetti, che vive il suo culmine e non accenna ad arrestarsi, sperando di sbagliarsi e di assistere ad una resurrezione invero non all’orizzonte. Sta succedendo di tutto nel pianeta Cagliari, ma chi veniva etichettato come cugurra quando ipotizzava che la nave stesse iniziando ad imbarcare acqua ora appare facile profeta. Di note liete e incoraggianti è difficile trovarne, piove sul bagnato e ci vorrà una scossa improvvisa per evitare lo scenario peggiore: una retrocessione in Serie B mai così vicina, dopo essere stata definita da tutti improbabile.

Paradossalmente, il risultato finale è l’ultimo dei problemi, nel senso che non cambierebbe di una virgola le valutazioni, ammesso che a tempo debito si avrà la voglia e la capacità di farle. Certo è che ora occorre salvarsi senza se e senza ma, in qualche modo, anche il più sporco e disperato, ma le macerie sono già lì e dovranno essere spostate per ricostruire. In Serie A o in cadetteria.



L’addio di Giovanni Rossi ha scosso un lunedì che sembrava dover essere di sola riflessione amara, tra sconfitte, non gioco, dichiarazioni imbarazzanti dell’allenatore, dura ramanzina degli ultras. Difficile giudicare una decisione spiazzante, complicato trovarle un senso in questo momento della stagione, dopo che l’ex Sassuolo ha fatto da figura ombra e ombrosa, e per questo molto discussa. Non è, di fatto, un direttore sportivo, bensì uno scopritore di talenti che anzi andrebbe (andava) affiancato da un vero DS (o DG) con mansioni tecniche, di raccordo tra vertice e squadra, un tassello forte in un progetto forte, con responsabilità chiare e indirizzi precisi. Tutto quello che nel castello di cartone del Cagliari non c’è, non c’è mai stato. E adesso i risultati arrivano, ritardatari, dopo tanto rimandare ed effimero gioire di fronte a colpi di fortuna. Rossi non ha mai convinto, non per quel ruolo di cui sopra: poco incline al dialogo e alle pubbliche relazioni, mai capace di spiegare i momenti attraversati dalla squadra, tanto che era piombato nel silenzio ormai da mesi, dopo le sparute sortite di benvenuto.

E pensare che solo poche settimane fa il presidente, Tommaso Giulini – anch’egli in rigoroso silenzio sotto le intemperie – definiva “straordinario” il lavoro di Rossi, “confermato per le stagioni future” grazie alle varie operazioni sottoscritte in questa annata. Chissà se fossero solo parole di circostanza, sicuramente oggi la mossa sa di umorale, di tentativo di far vedere che qualcosa si muove, quando i buoi son scappati dalla stalla. Intanto domenica sera Rossi presenziava con il gruppo davanti agli ultras, chissà se già conosceva il suo futuro.

La notizia del lunedì post-Verona è una non-notizia, proprio per l’irrilevanza di Rossi nel pianeta Cagliari, e difficilmente l’ambiente la percepirà come uno scossone. Rimangono lì Lopez e i calciatori, la classifica e il calendario, nella quarta stagione targata Giulini che è una fotocopia delle precedenti. Gruppo fragile, dissidi, cambi di allenatore, crisi feroci e rientrate, ombre. Tutti emblemi di un progetto che non c’è. Repetita iuvant.



Adesso, come detto, occorre provare a salvarsi per il rotto della cuffia. Non sarà facile, perché la situazione sta evidentemente precipitando. Dovranno tirarsi fuori dalle secche i calciatori e il tecnico, confermato tacitamente. Sale la pressione, il problema psicologico è centrale, unito ad una rosa mediocre e scarna, costruita in modo scellerato e non sistemata in modo ancor più scriteriato, unendo incompetenza, supponenza, miopia.

Per le valutazioni finali ci sarà tempo, così come per individuare colpe e responsabili. Ma capire che chi è al timone ha perso la rotta risulta la cosa più facile del mondo.

Fabio Frongia

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