Salvatore Sirigu con la maglia dell'Italia (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Salvatore Sirigu con la maglia dell’Italia (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Bella e lunga intervista di Salvatore Sirigu a La Gazzetta dello Sport. Dopo avere dichiarato – domenica a La Domenica Sportiva sulla RAI – che “il Cagliari è la squadra alla quale tutti i sardi tengono, perché l’unica ad un certo livello e rappresenta tutto un popolo”, raccontando come da ragazzino “nessuno nel club rossoblù avesse deciso di puntare su di lui”, il classe ’87 di La Caletta si racconta a la Rosea.

Molti i temi toccati, a cominciare dall’indipendentismo della Sardegna, passando poi al parallelo con la Corsica, lo Ius Soli, l’esperienza parigina e l’attualità torinese.



“Mia madre, insegnante di lettere, mi ha insegnato la passione per la lettura. Quando ho deciso di addentrarmi nella letteratura della mia terra mi ha consigliato il libro “Sempre caro” di Marcello Fois (pubblicizzato con un box dalla stessa Gazzetta, ndr), che parla dell’avvocato Sebastiano Satta, realmente vissuto a fine Ottocento. Anche il tipo di linguaggio che usa è simile a quello delle mie parti, e così riesco anche a starci dentro come modo di pensaro. Questo libro mi ha sardizzato ulteriormente”, spiega. Sulla Sardegna indipendente, sui movimenti separatisti, Sirigu è però categorico: “Non penso che la mia regione possa nutrire velleità di questo tipo – dice – Ho vissuto anni in Francia e ho capito come i corsi si sentano molto differenti dai francesi. La Sardegna, invece, anche prima della nascita dell’Italia, aveva un legame forte col Regno di Savoia. Pur mantenendo la propria identità, non dimentico – come scriveva un altro sardo, Lussu – il contributo che la Brigata Sassari dette nella Prima Guerra Mondiale. Anche per rispetto del loro sacrificio io sono fiero di essere italiano e sardo”.

Sull’affinità tra la Sardegna e il popolo dei “Billionari” (dal celebre locale di Porto Cervo, il “Billionaire”), Sirigu pensa che “quella è una bella zona, ma è come andare in un’altra regione. Io sono nato in un paese, La Caletta, e il mio mare è diverso. Se non conosce qualcuno del posto, un turista difficilmente riesce a capire com’è la Sardegna”.

D’accordo con lo Ius Soli? “Questione complessa – dice Sirigu – se penso che Balotelli aveva problemi a giocare con le Nazionali giovanili ecco che qualcosa non va. Quando lo conobbi, mi prendeva in giro per l’accento, non diresti mai che sia straniero. E’ nato e cresciuto in Italia, ha assorbito la nostra cultura. Certo – continua – in Francia ci sono alcuni che, pur essendo nati lì, dicono di sentirsi parte dei paesi dove sono nati i loro genitori, così come in alcuni francesi c’è un’idea dei “gauloises” che sconfina un po’ nel razzismo, magari non a Parigi. Io dico che se rispetti l’identità e la storia del paese dove sei nato ne prendi la nazionalità ma devi accettarne le regole. Per quanto mi riguarda, vivere in un contesto multietnico mi ha insegnato tanto, a cominciare dallo spogliatoio”.

A Parigi Sirigu ha vissuto le cose belle dei trionfi e dei palcoscenici internazionali, ma anche le tragedie del terrorismo e un addio amaro venendo messo in disparte. “Al Bataclan ho perso due amici, Stephan Albertini e Pierre Innocenti. Pensi che quando quella notte arrivavano le prime notizie, a Stephan mandai un messaggio: “Tutto a posto?”. Pensavo fosse nel suo ristorante, invece era appena andato in quel teatro insieme a Pierre e lì erano morti. Se ci penso, però, l’attacco a “Charlie Hebdo” fu anche peggio, perché all’epoca non pensavi fossero capaci di fare una cosa del genere. Ricordo che tornavo a casa in auto e dal finestrino mi guardavo intorno sospettoso pensando: “E se ora succede qualcosa?”. Ma la religione non c’entra, si tratta di fanatismo”.

L’addio al PSG fu amaro, con l’accantonamento fino all’infelice prestito al Siviglia e il ritorno in Italia. “Penso che dopo tanti anni potevano farmi parlare della rescissione con un dirigente con cui avevo condiviso qualcosa e non con un d.s. che neppure conoscevo. Tra l’altro, credo che spesso sui media ci siano stati dei pregiudizi verso di me”.



Intanto a Torino, nelle file granata, ha ritrovato l’Italia e un certo tipo di contesto più affine. “Dopo anni è stato molto difficile riambientarsi. Ho trovato tante polemiche fatte sul niente, senza capire come certe vittorie possano nascondere dei problemi o alcune sconfitte non siano negative a tutti i costi. Questa è una cosa che ha fatto del male negli ultimi anni. Tutti dicono che bisogna ricostruire e poi non viene mai dato il tempo per farlo. E questo può valere anche per il Torino. Si è arrivati a parlare di Europa League, ma non è detto che – se costruisci una squadra forte – il risultato sia scontato. Conta tutto. Anche l’ambiente intorno. Invece spesso si deve cercare per forza un capro espiatorio“. Sul confronto tra Torino e Juve, Sirigu non ha dubbi. “Siamo due squadre totalmente diverse. Tra l’altro, da quando sono qui tutte le persone che incontro sono tifosi del Toro. La differenza forse è proprio questa. Anche quando vengono i miei a trovarmi mi dicono: “La Juve è quella con più tifosi in Italia, eppure nella sua città sono tutti granata”. Strano, no?”.



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