Riccardo Riccò

Riccardo Riccò

Senza doping non è possibile vincere una corsa a tappe“. Parole sferzanti, proferite da chi, per lo stesso motivo, ha visto crollare la propria carriera come un castello fatto di carte. Riccardo Riccò, una delle speranze del ciclismo italiano dei primi anni 2000, non usa mezzi termini, come nelle abitudini del personaggio.

Il Cobra, squalificato fino all’aprile 2024,  attacca così – tramite le colonne de Il Fatto Quotidiano – il mondo dei pedali: “Non si possono fare 200 chilometri al giorno, per tre settimane, tra sole, gelo, pioggia e vento a pane e acqua. Poi in tempo per arrivare al traguardo entro le 17, massimo 17:30, in modo da rientrare nei palinsesti televisivi. Rigiro la domanda: è umanamente possibile?”.



Ma le accuse di Riccò non sono circoscritte: “Il sistema costruito attorno ad una grande corsa a tappe non lascia scampo. Ma non solo per vincere, anche per arrivare fino al termine spesso è necessario ricorrere alla “cura”. Ma sono abbastanza sicuro sia così anche in altri sport: 60 partite di calcio all’anno, a livello professionistico, non credo si possano fare senza un aiuto. Ma è un mio parere, non ho esperienza diretta”.

Nel suo attacco è coinvolto anche Pantani: “Si è fatto travolgere dall’ambiente e dall’affetto dei tifosi. Tutti si aspettavano le imprese e non poteva non vincere. Gli avevano fatto credere di essere un Dio e forse ha pensato che gliel’avrebbero fatta passare liscia”.

Ha iniziato a doparsi a 21 anni, quali rimpianti si porta dietro? “Chi si dopava negli anni novanta rischiava di incorrere in effetti collaterali devastanti, la mia è stata una “cura” più casalinga. Facevo da me e rispetto a tanti colleghi ero pulitissimo. Tanti colleghi, come Bettini, mi hanno criticato ferocemente? Bettini non ha mai vinto corse a tappe, può essere che abbia vinto le sue gare a pane e acqua. Però è strano che non sappia come si vincano le gare a tappe. C’è ipocrisia”.



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