Ghilarza, Chergia: “Il sacrificio prima di tutto” – SardegnaSport


Fabio Chergia

Fabio Chergia

In giallorosso ha messo le radici, tanto da diventare un’istituzione al “Walter Frau“. Dopo oltre duecento presenze, Fabio Chergia è pronto per la nona stagione con la maglia del Ghilarza. Sempre con quella fame che lo ha reso una certezza del torneo di Eccellenza. A poche settimane dal via del campionato, il difensore di Cabras ci racconta lo stato d’animo e gli obiettivi in vista di un’annata che si preannuncia da vivere in trincea.

“Il Ghilarza ormai è una seconda casa – spiega il difensore classe 1990 -. Conosco l’ambiente e la società, sono consapevole dei nostri obiettivi: la salvezza. Ben venga se arriva senza troppi patemi d’animo. Siamo una squadra giovane, composta da molti giocatori locali. Ogni anno, prima dell’inizio del campionato, siamo tra le principali indiziate alla retrocessione. Ma il Ghilarza dimostra sempre di poter dire la sua”.

In vista della stagione alle porte, la società ha deciso di puntare sulle certezze: “Ripartiamo da una base solida. Dispiace per la partenza di alcuni giocatori storici per Ghilarza, come Simone Stocchino, ma la società ha lavorato bene per rimpiazzarli.” 

Che campionato ti aspetti? Il Muravera si candida al ruolo di ammazza-torneo: “Il Muravera ha tutte le credenziali per quel ruolo, come fu con Lanusei e Tortolì qualche anno fa. Vedendo la rosa e l’allenatore ci sono tutti gli ingredienti. Immediatamente dietro metterei il Sorso, che ha cambiato poco rispetto alla scorsa stagione, e l’Atletico Uri”.



Ventotto anni e una leadership guadagnata sul campo. Se è vero che il carisma non si può comprare, è altrettanto vero che nella tua posizione puoi insegnare tanto alle giovani leve: “Lo spirito di sacrificio viene prima di tutto. Ho visto tanti giovani di talento ma incapaci di sacrificare qualche uscita serale per un allenamento. Per arrivare a certi campionati, invece, occorre la dedizione”.

In un campionato ostico come quello che vi attende, sarà determinante l’apporto (anche) dei vostri giovani: sei fiducioso in tal senso? “Da questo punto di vista sono tranquillo. Conosco i ragazzi dell’under del Ghilarza, molti hanno già esordito lo scorso anno. Poi il mister è bravo nel farli inserire, durante la settimana li fa allenare spesso con noi con l’obiettivo di farli acquisire una determinata mentalità. Ma in generale il Ghilarza ha sempre cresciuto validi prospetti”.

Qualche mese fa, nel corso di un’intervista, Bernardo Mereu sottolineò come la questione dei fuori quota fosse “pericolosa” per la crescita dei giocatori. “È tutta un’agevolazione che non produce risultati proprio perché non c’è la fatica della conquista dietro quella maglia da titolare” affermò l’ex tecnico dell’Olbia. Al di là dell’ambito Ghilarza, vedi meno fame nei giocatori più giovani? “Si, assolutamente. È cambiato tanto rispetto a quando iniziai io: c’era la regola dei due fuori quota e poi la squadra era composta da giocatori esperti. Quindi per ottenere il posto dovevi lottare nel corso della settimana. Invece, adesso, il giocatore magari più bravino rispetto agli altri deve scendere in campo quasi per forza. Di conseguenza viene a mancare la fame”.



Un passaggio fondamentale della tua crescita è stato indossare la maglia del Cagliari. Era un Cagliari diverso, con una diversa gestione del settore giovanile, ma pur sempre dal blasone immutato. Ricordi come cambiò la tua mentalità una volta varcati i cancelli di Asseminello? “Inizi a pensare quasi come un professionista. Quando entri a far parte della famiglia del Cagliari la società ti mette nelle condizioni ideali per fare una vita da calciatore. Sei seguito in tutto e per tutto, non ti fanno mai mancare niente ed è quasi come se facessi un lavoro”.

Facendo riferimento alla vostra generazione – indicativamente quelli nati tra il 1988 e il 1992 – credi sia mancata la fiducia dell’ambiente per poter fare l’ultimo scalino verso il professionismo? “Tantissimo. Ho avuto compagni che, con un’altra gestione, avrebbero giocato in Serie A. Invece, per la politica attuata in quegli anni, venivi mandato in prestito e la tua crescita non era seguita come avviene adesso. Molti ragazzi che escono dall’attuale settore giovanile hanno la possibilità di affacciarsi al calcio professionistico tramite squadre satellite. E questo aiuta tanto”.

Per quanto riguarda l’esperienza con la Torres, invece, è ancora vivo il rimpianto per quell’infortunio che pregiudicò la tua occasione? “Dopo il Sanluri, ero in procinto di firmare con il Tavolara, in Serie D. Ma la chiamata della Torres mi convinse a scendere di categoria, anche perché parliamo di una piazza prestigiosa. A pochi giorni dal debutto però mi infortunai e quando tornai era ormai troppo tardi. Mi sarebbe piaciuto far bene in una piazza tanto importante”.

Fatto salvo il rispetto per il Ghilarza, c’è ancora la speranza per quel treno chiamato professionismo? “A 28 anni e con un lavoro che si concilia con gli impegni sportivi, posso affermare che il Ghilarza è la mia dimensione. Ormai mi sento in famiglia”.

Stefano Sulis



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