Il calcio come veicolo per smuovere coscienze sull’indipendenza: la Sardegna seguirà gli esempi?

Il calcio, che piaccia o meno, è lo sport più importante del mondo. Uno strumento sociale in grado di smuovere popoli, risvegliare coscienze, rivendicare e vendicare ingiustizie. I Mondiali di calcio sono l’evento pubblico più seguito del pianeta, i calciatori sono spesso la prima fonte di ispirazioni per i giovani. Insomma, il calcio non è un semplice gioco, ma è molto di più: è politica, società, cultura. Il calcio può essere e fare la storia.

Il 21 settembre 2018 non sarà certamente un giorno che segnerà la storia della Corsica, ma senza alcun dubbio vale la pena fermarsi a ragionare sul nuovo passo compiuto. E’ notizia fresca, infatti, la richiesta inoltrata da parte dell’Assemblea di Corsica alla FIFA per ottenere l’affiliazione alla federazione mondiale con la possibilità di schierare una propria Nazionale di calcio. Ufficialmente riconosciuta. Ed è importante sottolineare la parola ufficialmente, perché in realtà la Corsica una sua Nazionale ce l’ha già dal 1962, e in questi cinquant’anni ha avuto la possibilità di disputare partite internazionali di buon livello. Con la propria bandiera e il proprio inno nazionale (Diu vi salvi Regina) gli isolani ottennero una vittoria storica nel 1963 a Marsiglia, quando con un secco 2-0 ebbero la meglio della compagine francese. Negli ultimi anni hanno affrontato sia squadre ufficialmente riconosciute come Congo, Togo e Bulgaria, sia quelle ufficiose rappresentate da quelle Nazioni senza Stato sparse per l’Europa, come la Bretagna o il Paese Basco.



La Corsica, tuttavia, ha fatto un’ulteriore passo avanti ponendo sul tavolo della FIFA una richiesta formale alla quale dovrà pervenire una risposta. Nella mozione portata avanti dal gruppo autonomista “Femu a Corsica” (attualmente al potere sull’isola insieme agli indipendentisti di Corsica Libera), si legge infatti che “Con l’autorizzazione della federazione del paese da cui dipende, un’associazione di una regione che non ha ancora ottenuto l’indipendenza può chiedere di essere ammessa nella Fifa”. Si ricorda inoltre che “hanno una sede alla Fifa e partecipano agli incontri di qualificazione alla coppa del mondo la Scozia, la Gibilterra, la Nuova Caledonia e Thaiti”. Il popolo corso, dopo le elezioni del 2015 – dove a trionfare furono gli autonomisti-indipendentisti -, continua il suo processo di rivendicazione nazionale a discapito del dominio francese, avvertito come sempre più distante.

In Sardegna tutto ciò pare riguardarci poco, nonostante la breve distanza che separa le due isole del mediterraneo. Aldilà di considerazioni politiche, seppur molto attuali viste le imminenti elezioni di febbraio, e rimanendo nei limiti dello sport, si è visto davvero poco che sia anche solo lontanamente paragonabile alle azioni dei nostri vicini. Un accenno di Natzionale si è avuto nel 1990, quando la compagine sarda composta per lo più da giocatori dilettanti, con Gianfranco Zola in campo per qualche minuto (leggi qui), sfidò in un’amichevole l’Inghilterra che preparava i Mondiali italiani. Per il resto si segnalano solo generici tentativi più che altro populisti ed emozionali durati lo spazio di un battito di ciglia. Sardegnasport.com prova da anni, senza paura di schierarsi, ad utilizzare la propria arma più importante, l’opinione, per stimolare il più possibile dibattiti che tengano alta l’attenzione sul tema. Tra questi la presentazione nello scorso luglio di quelle che potrebbero essere le maglie della Natzionale, o la premiazione annuale del sardo dell’anno con attenzione ai giocatori (e atleti in genere) sardi impegnati ad alto e medio livello sportivo oltre i nostri confini.



Il caso sardo è sicuramente curioso. Mentre il Paese Basco, la Catalogna e la Corsica utilizzano (anche) lo sport per rivendicare la loro esistenza, la loro diversità rispetto allo stato centrale, da noi anche solo l’idea di una rappresentativa sarda viene bollata come stupida utopia. La peculiarità del tutto, tra le altre cose, è che ciò avviene per opera non tanto dagli italiani, quanto dei sardi stessi. Un annoso e interessante esempio (forse unico al mondo) di autorazzismo e autodisfattismo degno di approfonditi studi sociologici.

Eppure non sarebbe così difficile. Dal punto di vista tecnico, come già accennato anche in passato su queste pagine, occorrerebbe istituire una federazione regionale con volontà forte di incidere in modo concreto, con poteri precisi e una sua legislazione, che goda quindi di una discreta autonomia nei confronti della FIGC, proprio come accade in casa dei nostri vicini corsi o dei catalani. In Sardegna esiste già qualcosa di simile, seppur ancora poco strutturato. Giusto comunque segnalare che la Federazione Isport Natzionale Sardu si sta muovendo per chiedere l’affiliazione alla CONIFA, Confederazione calcistica indipendente alla quale sono affiliate le realtà non ufficialmente riconosciute dai propri stati e quindi dalla FIFA. Sarebbe un’importante prima pietra verso la costituzione di una federazione indipendente dai voleri di Roma, e realmente interessata solo agli affari dell’Isola. I discorsi per l’affiliazione sono avviati, c’è un’intesa di massima e si attende l’ufficialità nel breve-medio termine. Sarà (sarebbe) molto importante garantire una squadra già ai prossimi Europei e Mondiali, un aspetto non vincolante in tutto e per tutto ma è chiaro che la CONIFA gradirebbe molto avere una squadra in più da poter inserire negli organici. Dal punto di vista culturale e sociale, invece, basterebbe una presa di coscienza, un atto di coraggio che permetta di scrollarsi di dosso quella costante paura di esistere e di avere una vita propria, per quanto ne possa dire la geografia politica.

In Sardegna attualmente c’è il Cagliari, squadra che da tantissimi sardi è vissuta come una Nazionale. Un caso unico a livello statale, ma che non può essere sufficiente e non può sostituire l’idea di una vera e propria rappresentativa. Sia perché, a parte lo slogan sgrammaticato “Una terra, un popolo, una squadra. Forza Casteddu!”, la società rossoblù non ha mai realmente promosso una comunicazione fortemente identitaria (fatevi un giro sulla pagina Facebook del Bastia…), sia perché in Sardegna in tanti tifano altre squadre, in maggioranza le solite continentali, in minoranza altre formazioni sarde. Una su tutte la Torres, squadra della seconda città più importante dell’isola, con i suoi tifosi che (legittimamente) non si sentiranno mai rappresentati dai cugini del Capo di Sotto. Perché la Sardegna, come tutte le Nazioni del mondo, ha il suo campanilismo e le sue realtà interne eterogenee, che ovunque (Italia soprattutto) cessano di esistere per 90’, quando banalmente ci si incolla al televisore per tifare le gesta di undici giocatori con al petto stessa bandiera.

Tornando alla Corsica, le reazioni dei francesi non si sono fatte attendere: “Che diano loro l’indipendenza, senza la Francia la Corsica diventa terzo mondo”, è il commento con più apprezzamenti sotto la notizia riportata dal più importante quotidiano sportivo francese, L’Equipè, nella sua versione online. Ai corsi sembra, però, interessare poco, e a chi ironizza sull’eventuale debolezza della rappresentativa, rispondono che l’ultima volta contro i galletti hanno vinto loro per 2-0.

Il 21 settembre 2018 non sarà un giorno che rimarrà nella storia corsa perché il parigino Noel la Gret, presidente della Federazione Francese, ha già dichiarato che: “Il giorno che la Corsica avrà uno statuto differente potrà chiedere la sua Nazionale, ma per ora la FFF non può sostituirsi allo Stato. La Corsica è francese”. La richiesta, insomma, sarà gentilmente declinata dalla Francia. Ma la Corsica, che solo pochi anni fa riusciva a presentare due squadre in Ligue 1 (traguardo mai nemmeno sfiorato dalle nostre parti) la sua vittoria l’ha comunque ottenuta, anche se solo simbolica. Rilevanti, anche se più estremi, furono anche i fischi dei tifosi del Bastia mentre risuonava la Marsigliese durante la finale di Coppa di Francia contro il PSG, tanto che il presidente della Lega Calcio Frédéric Thiriez si rifiutò di scendere in campo a stringere la mano ai giocatori per la paura di ricevere gli insulti dei tifosi corsi.

In Sardegna ci sono da recuperare 60 anni di lavoro in cui a livello sportivo non si è mai fatto nulla per rafforzare lo spirito identitario e favorire la nascita della Natzionale. Una squadra che sia Nazionale davvero e non solo per folklore. Non sarebbe, probabilmente, abbastanza dal punto di vista pratico, ma sarebbe sicuramente un ottimo punto di partenza da quello culturale. Un forte segnale sociale, perlomeno, perché la storia si fa piano piano e il calcio in questo ha sempre aiutato. Occorre l’impegno di tutti, media compresi, ma si può fare. E l’esempio migliore dista a sole poche miglia nautiche da noi.

di Oliviero Addis



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