Leonardo Pavoletti impegnato in casa dell’Inter (foto Daniele Mascolo | Photoviews)

Sei punti in sette gare. Ultimo gol segnato quello di Joao Pedro contro il Milan (356 minuti totali senza reti). Due sconfitte in trasferta contro dirette concorrenti e una sola vittoria, quella di Bergamo. Peraltro contro un’Atalanta alle prese con i cocci dell’eliminazione europea, dai quali non si è ancora ripresa. Il bicchiere che al Cagliari appariva mezzo pieno dopo la partita contro i rossoneri, oggi sembra essersi rovesciato, in seguito a quella contro l’Inter a San Siro.



La ciliegina sulla torta sono state le scelte di Maran per la gara contro i nerazzurri: il desaparecido Romagna, al quale è stato preferito Andreolli, la bocciatura definitiva di Pajac, ormai quarta scelta sulla corsia di sinistra, dove perfino Faragò é preferito al croato, Dessena riproposto fra gli undici e infine la stucchevole staffetta fra Sau e Farias, punti dolenti della rosa alla voce seconda punta, ma nemmeno aiutati dalla continua alternanza sia da partita a partita sia in corso d’opera.

A questi aspetti si aggiunge l’utilizzo per tre gare di fila di Klavan, alle prese con un infortunio datato ed evidentemente usurato fino al cambio nell’intervallo di Milano. Ad oggi, sono già 5 i malanni muscolari del Cagliari in questa stagione, un dato allarmante che in altri momenti avrebbe suscitato ben più clamore.

La classifica, per quanto si sia ancora agli inizi, si fa deficitaria – seppur nel proverbiale mal comune mezzo gaudio -, con squadre come l’Atalanta a faticare quanto i rossoblù. Dopo Cagliari-Milan, i numeri parlano di un solo punto in tre gare e la casella dei gol segnati recita un rumoroso zero.

Il problema principale è appunto rappresentato dalla fase offensiva. Da agosto, in Turchia, il Cagliari versione Maran ha evidenziato un deciso miglioramento rispetto al passato nella fase di costruzione, ma la manovra si ferma non appena si arriva al dunque e non si è mai evoluta. Anche contro l’Inter il Cagliari ha dimostrato personalità fino alla trequarti avversaria. Il dato del possesso palla parla di un 47% a San Siro. Non male, ma tutto diventa inutile se tenere il pallino del gioco non produce il benché minimo pericolo per il portiere avversario. Zero tiri in porta, Pavoletti ancora una volta lontanissimo dall’area e la sua spalla che, pur con tutti i limiti, deve anch’essa sacrificarsi lasciando l’attacco praticamente sguarnito.



Anche questa stagione continua così sulla falsariga della precedente, una coperta corta che lascia scoperta la trequarti offensiva e che comunque, volente o nolente, finisce per non coprire abbastanza nemmeno quella difensiva. Resta lontano il ricordo della stagione 2016-2017 e dei 55 gol all’attivo, quella delle imbarcate, ma anche di un attacco che colpiva spesso e volentieri. Borriello era il centravanti, il resto era esattamente identico con Sau, Farias e Joao Pedro a fare da partner. La differenza consisteva però nel fatto che l’attaccante campano aveva come compito quello di restare in area, mentre i suoi compagni eseguivano il lavoro sporco per lui. Oggi, Pavoletti, suo sostituto, si trova a dover portare più la croce che cantare, lasciando deserti i sedici metri e sfiancandosi, come i suoi compagni, in un lavoro difensivo e di cucitura che diventa controproducente quando si deve arrivare al sodo.

Non c’è sicuramente da sbracare in giudizi catastrofici, ma la sensazione di un Cagliari molto simile (se non copia) del Chievo di Maran si fa più nitida. Arcigno, attento, organizzato, ma poco spumeggiante ed efficace. Contro un Bologna ringalluzzito da 6 punti in 2 gare interne, sabato prossimo, ci sarà l’opportunità di cancellare i dubbi. Svolgere tre quarti dei compiti non basta più e un Cagliari più arrembante è diventato ormai necessario.

Matteo Zizola

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