Darijo Srna al momento della firma col Cagliari (foto: Cagliari Calcio)

Darijo Srna è il protagonista di una bella intervista rilasciata ad Alessandra Bocci de La Gazzetta dello Sport. Il croato del Cagliari, classe 1982, ha fatto innamorare subito i tifosi per il suo rendimento in campo. La storia dell’ex Shakhtar Donetsk è nota, tra succcessi sportivi e le guerre attraversate nei Balcani e in Ucraina.

IL RICORDO DELLA GUERRA – “Non avevamo soldi, ci rubarono tutto – ricorda in merito al conflitto balcanico -. La polizia fece finta di niente e dovevamo fare il possibile per racimolare soldi, ho un fratello con dei problemi (Sindrome di Down, ndr) e aveva bisogno di un’assistenza speciale. Nel Donbass non cadevano bombe intorno a noi, ma sono stati anni difficili, giocavamo sempre in trasferta e il calcio senza tifosi non esiste”. Ma Srna è arrivato in Sardegna anche con lo scetticismo addosso dovuto alla squalifica per doping terminata a precampionato inoltrato. “Sono innocente – dice -. L’ho provato alla Wada. Altrimenti non mi avrebbero dato solo 17 mesi di squalifica. Il presidente Giulini mi ha voluto come sono, gli amici mi dicono, Darijo, ti rendi conto che la gente paga per vivere in Sardegna e invece ti pagano per stare lì?”

IL CAGLIARI E UN MARAN SPECIALE – Il rapporto con Rolando Maran è speciale e lo si nota dal racconto di Srna sull’episodio relativo al viaggio in Russia per stare vicino alla Croazia vice-campione del Mondo, prima della finale mondiale. “Il mister è speciale e ha capito che per me era importante essere lì – dice Srna -. Mi chiamavano tutti i giorni, per me era una pena, ma dissi loro che sarei andato se fossimo arrivati in finale. Un risultato splendido, ottenuto anche con un po’ di fortuna, un momento fantastico anche se in altre manifestazioni avevamo giocato meglio”.



RINASCITA SARDA – Il Cagliari è stato una fonte di salvezza, in qualche modo. “Prima la squalifica per doping, poi il presidente Akhmetov che mi dice che non mi rinnoveranno il contratto. In un soffio si è spento tutto, dalla mia bella casa comprata a Donetsk alla scuola internazionale aperta dal presidente dove andavano i miei bambini. Ero a pezzi, il momento peggiore della mia carriera”. Poco da spaventarsi, ciò che non ti ammazza ti fortifica. “Quando ero bambino mio padre faceva il fornaio e portava il pane a chi non poteva uscire per andare nei negozi, noi lo vedevamo uscire ma non sapevamo se sarebbe tornato, avevamo molta paura tutti i giorni. Quel che sono lo devo a mio padre”.

LA JUVENTUS DELL’AMICO MARIO – Lucescu e il suo vice Nicolini lo trasformarono in terzino, Guardiola lo ha spinto a tornare (“Aveva avuto anche lui un problema col doping, mi ha detto di farlo per il mio nome e per i miei figli”), Srna ringrazia anche Boban, Stanic, Modric, e pure Mario Mandzukic, avversario di sabato in Juventus-Cagliari. “Mario ha ottenuto il massimo – dice Srna -. La Juventus può vincere la Champions League, non solo per Ronaldo ma anche per Chiellini che è il migliore in Italia e tanti altri calciatori. Mandzukic mi ha detto che sabato vuole giocare a sinistra, gli ho detto peggio per te perché non toccherai palla, c’è grande amiciza tra di noi. Con la Nazionale ho vissuto tanti bei momenti, dopo Euro 2016 me ne sono andato, avevo perso mio padre e non era un bel momento, sono andato via dalla Nazionale nel momento giusto.

GRAZIE PAVOLETTI, E SU BARELLA… – Nessuna paura di giocare contro gli amici (“Siamo professionisti, lo faccio da una vita”) e tanta voglia di Cagliari, perché “è l’unico club che mi ha veramente voluto, la testa mi ha consigliato Cagliari prima di Inter, Barcellona, Chelsea. Giovanni e Giacomo Branchini – che non sono i miei agenti – mi hanno consigliato, poi mi ha chiamato Pavoletti, che mi piace molto. È come me, ama scherzare, merita la Nazionale anche se non entro nelle decisioni di Mancini. E’ il bomber che manca agli azzurri. E Barella in un paio d’anni diventerà il leader degli azzurri”.



Srna non ha dubbi sulla sua vita. “Ho vinto la mia guerra, in Croazia ce le confiscarono e ora ho due macchine e un’altra bella casa. Sono un lottatore e mia moglie pure, è più ambiziosa di me e per mia figlia ha voluto una scuola a Londra, così fanno la spola tra la Sardegna e Londra. Sono uno che combatte, non mollo mai, come mio padre: quando venivano a cercarmi gli osservatori diceva mio figlio non si compra con i soldi. Ora sono a Cagliari, in quest’isola piena di luce, con un pubblico splendido, quando vado in campo e c’è lo stadio pieno mi si riempie il cuore, mi sembra di tornare indietro di dieci anni dopo gli anni in esilio con lo Shakhtar”.

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