Massimo Rastelli, allenatore del Cagliari dal 2015 fino ad ottobre 2017

Intervistato da Andrea Losapio su TuttoMercatoWeb.com, l’ex allenatore del Cagliari, Massimo Rastelli, ha parlato diffusamente dei temi di casa rossoblù. Poco più di un anno fa il campano veniva esonerato per far posto a Diego Lopez. 



Barella è un campione – dice -, ha dimostrato tanta qualità, personalità, carattere. Quando a quell’età hai queste caratteristiche vuol dire che hai le stigmate del campione. Sarà un protagonista del nostro calcio. Non sta a me fare valutazioni sul suo cartellino, però ricordo che quando tornava dalle trasferte in Nazionale, nonostante avesse giocato due gare ravvicinate da 90 minuti, riusciva a sopportare un allenamento intero con i compagni. Dovevo proteggerlo facendogli fare defaticante, per riposarlo. Ha grande volontà di stare subito sul pezzo”.

Rastelli torna sull’addio al rossoblù. “Fa parte del gioco, il nostro mestiere è fatto di risultati, nonostante questo mi sono lasciato benissimo con il presidente Giulini. Noi allenatori siamo l’anello più debole della catena, più facile cambiare noi che una squadra intera. Mi è dispiaciuto come sia andata a finire, dopo un campionato vinto e con l’undicesimo posto in A. Avrei preferito continuare. Conosco le loro ambizioni, ci sono stato due anni e mezzo. Piano piano sta mettendo i tasselli al proprio posto, la costruzione dello stadio rappresenta un punto di partenza importante per un’ulteriore fase di consolidamento. Potrà ambire a qualcosa di più della salvezza negli anni a venire”.

Rastelli è stato anche il tecnico tra i più divisori della storia del Cagliari. “Una piccolissima parte mi contestava, molto era strumentalizzato. Il Cagliari giocava bene, in A abbiamo vinto 14 partite, in B eravamo costretti a vincere visto il nostro status e ci siamo riusciti. Così questi problemi arrivavano da una piccola parte dell’ambiente, ma con la gente di Cagliari c’è sempre stato un ottimo rapporto, un grande affetto, in questi mesi ci sono tornato spesso”.

Così sul suo bilancio personale della carriera. “Ottimo, ho ottenuto grandi risultati, ho sempre raggiunto gli obiettivi che le società mi avevano posto. L’anno scorso è arrivato il primo esonero, il primo momento non positivo della mia carriera. Uno non può pensare di allenare senza incidenti di percorso. Sono libero, il mio contratto scadeva a giugno. Ci sono stati dei contatti, non concretizzati, per un motivo o l’altro. Non posso far altro che aspettare, mi piacerebbe tornare in A perché me la sono conquistata sul campo, arrivando undicesimo da esordiente. Se non dovesse essere così, prenderei in considerazione un progetto invitante in B”.

Spazio anche agli altri temi del calcio italiano. “Tutto quello che è successo è inspiegabile – dice sulla crisi di Serie B e Serie C che sembra lentamente risolversi con una chiusura definitiva, seppur bizzarra -. Sia per chi mastica calcio, sia per chi è meno appassionato. Oramai il format rimarrà così come è, tutto questo temporeggiare ha spazientito tutti. Devono esserci regole certe, in pochi giorni devono arrivare sentenze. Nell’arco che va da fine giugno a inizio agosto, lì ci sono iscrizioni e ricorsi, poi basta

Scudetto alla Juventus? “Credo che sia un campionato rivalutato, non ci sono partite scontate. Sappiamo che la Juventus è più forte, ha dominato gli ultimi sette campionati, ma le altre si sono rinforzate e lavorato bene. C’è una parte centrale di club che lottano per posizioni di prestigio. Chievo a parte, che vedo più in difficoltà. Bruno Alves? Una sola parola magica: mentalità. Quando un giocatore della sua età, con il suo passato, che ha vinto 4 scudetti in giro per il Mondo, è Campione d’Europa, va a 2000 all’ora dal primo all’ultimo secondo di allenamento… Può durare. Ogni pallone che gioca sembra quello più importante della sua carriera, per noi è stato un esempio, un grande onore poterlo allenare. Ha trainato il gruppo”.



Interessanti le parole su van der Wiel, che esordì in Serie A proprio nel giorno dell’ultima partita di Rastelli a Cagliari. “Era un ragazzo dalle grandissime doti, ha raggiunto l’apice con il PSG, poi è andato in calando. È arrivato a Cagliari inaspettatamente, forse per rilanciarsi, ma erano 7-8 mesi che non giocava, al Fenerbahce era stato messo fuori rosa. Aveva bisogno di tempo, ha trovato grandi difficoltà fisiche e mentali, non era semplice poterlo aspettare. Non si è mai inserito, nemmeno a livello linguistico. A gennaio poi è andato via. È e rimane un mistero. Grande impegno, ma era in un contesto non suo. Sembrava un UFO, sbarcava dalla luna. Isla? Lui però conosceva il calcio italiano, aveva giocato con Udinese e Juventus, e anche lui ha avuto i suoi problemi all’inizio, non era semplice, ha dovuto rincorrere una preparazione dopo aver vinto la Copa America. Invece van der Wiel era stato gettato in un’altra realtà”.

Parole chiare anche su Pavoletti e la Nazionale. “Ma noi l’abbiamo il grande attaccante, è Immobile, fa tantissimi gol, non è che non ci sia. Pavoletti è straordinario sulle palle alte, in area di rigore, è uno dei migliori al mondo. Va sfruttato così, devono arrivare cross. In Nazionale può far comodo, ma per come gioca Mancini… è difficile. Mi è piaciuta tantissimo contro la Polonia – dice sulla Nazionale -, vedo tanti giocatori di talento, giovani, che hanno bisogno di giocare. Molti non sono in top club, in passato c’erano blocchi di calciatori di Milan-Inter-Juventus, abituati a giocare le coppe. Sono bravi ma devono proporsi in questo tipo di partite. Fra due anni potremo vedere una bella Italia. A volte solo toccando il fondo si può risalire”.

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