Leonardo Pavoletti esulta contro il Chievo: è il secondo gol da quando è diventato papà (foto: cagliaricalcio.com)

Il rapace d’area di rigore si appresta a volare sullo Juventus Stadium. Ad attenderlo troverà quella che viene considerata una delle difese più forti al mondo (dovrebbero tenere un corso ad Harvard, Mourinho dixit), pronta a disinnescare lui: il più temibile colpitore di testa di tutta la Serie A.

Cosa conta di più nel gioco di testa? “Il tempismo – ha rivelato in un’intervista concessa a Il Corriere della Sera -. È un riflesso che hai dentro e che ti consente di leggere la palla prima dell’avversario, stare in aria o anticipare un tuffo”. Quasi si imbarazza quando gli fanno notare che con 4 gol su 5 incalza Giroud nei gol di testa degli ultimi 3 anni, al secondo posto dietro Ronaldo: “Fa certamente piacere, ma le sotto-classifiche sono solo uno zuccherino”. Non sarà passato inosservato il dato che vede i bianconeri soffrire sulle palle aeree: “Si, ci stiamo preparando e spero di aggiungermi alla lista”.



Il Cagliari non vola a Torino coi favori del pronostico, nonostante un avvio di stagione incoraggiante: “Ci sono le basi e i concetti giusti per migliorare. Maran è la nostra arma vincente. Con lui la musica è cambiata, ma non sappiamo dove possiamo arrivare. Cristiano Ronaldo? Sinceramente fa effetto giocare contro un avversario che sceglievi alla playstation. Sarà emozionante giocarci contro e dargli battaglia”.

Da una parte una stella planetaria, dall’altra – come lui stesso si definisce – un operaio del gol: “Mi definisco così perché lavoro molto per la squadra, così i miei compagni sono più freschi per darmi qualche assist in più. La Nazionale? L’obiettivo è realistico, chi ha meritato finora è andato. Ma non so se Mancini stia pensando a un gioco più alla Sarri, senza un vero 9”.

Per raggiungere simili traguardi, Pavoletti ha lavorato soprattutto dentro di sé: “È stata la cosa più importante, sono diventato una persona che mai avrei immaginato. Con la fame giusta per crearmi obiettivi e lottare per raggiungerli. Prima ero più frivolo e pensavo a divertirmi, il calcio mi stava scivolando addosso. Poi ho imparato a usare la testa, non solo per fare gol”. A colpire – oltre alle zuccate – è il suo sorriso contagioso: “Mi viene naturale, anche in momenti non felici. Ho le mie ansie come tutti, ma cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno. La mia livornesità si nota dal mio modo di affrontare le cose, sempre con la battuta”.

 



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