Alessandro Marino (foto Emanuele Perrone)

A freddo fa ancora più male, ad un’Olbia che dopo il tonfo interno contro il Gozzano si lecca le ferite e decide di cambiare allenatore. Domenica la mesta disamina del tecnico Michele Filippi (silurato per far posto a Guido Carboni), poi tutti in trincea per capire come uscire dal nuovo momento di crisi. Preso atto del cambio della guardia, occorre provare ad analizzare quali siano i mali di una squadra (e probabilmente di una società) che ormai da tempo fatica a fare un passo in avanti.



Nel mirino era finito sopratutto l’allenatore. Il che, nel mondo calcistico, è ovvio, in parte giusto ma sicuramente riduttivo. Filippi si era assunto le responsabilità in più occasioni. Chi comanda la nave paga a livello complessivo, ma pensare che il nodo fosse solo in panchina non aiuterebbe a superare le difficoltà. Ora Carboni avrà bisogno (così come Filippi se fosse rimasto in sella) di uno scatto consistente da parte dei giocatori.

Impossibile non notare come l’Olbia, che di fatto conserva il gruppo dell’inizio dell’esperienza in Serie C (nel 2016), dia l’impressione di essersi fossilizzata, cadendo puntualmente di fronte ai soliti problemi e quando c’è da progredire nelle prestazioni e nei risultati. Un gruppo “da compitino” nei suoi uomini chiave, che segnano il passo anziché trascinare, restituendo un qualcosa che può essere più o meno pregevole nelle varie occasioni (vedi la discontinuità nei tre campionati disputati), ma comunque privo di reali sostanza e struttura per pensare davvero in grande. Troppo poco per “l’Olbia più forte di tutti i tempi e che punta all’accesso nei playoff nella migliore posizione possibile”, per usare le parole pre-campionato del presidente Marino.

Cotali e Muroni, Ragatzu e Iotti, fino a Pinna, Ogunseye e capitan Pisano. Zoccolo duro che è anche emblema dei problemi. Tra chi manca di leadership e chi fatica a superare i guai fisici, tutti insieme colpevoli di non riuscire a migliorare. Anche i classe ’96 e ’97, “giovani vecchi” con numero di presenze tra i “pro” a tre cifre, deludono in termini di personalità. E prestazioni come quella di domenica sono logica conseguenza: una squadra piatta che si scioglie al primo sole.

In un contesto simile è difficile far crescere gli altri, ammesso che le qualità ci siano per davvero. Il gruppo però, è questo, e pensare a rivoluzioni sarebbe quantomeno fuori dalla realtà. La scelta di Carboni rappresenta la virata su un uomo di esperienza ma comunque “interno” al progetto Cagliari-Olbia, dunque leggermente diversa da quella d’emergenza attuata nella primavera del 2017, con Mereu che era sicuramente navigato ma non direttamente riconducibile al pianeta bianco-rossoblù. Di sicuro c’è che per Carboni trovare il quid non sarà semplice, con il materiale a disposizione e con i connotati del club. Tra un Biancu che fallisce ogni occasione nonostante le spinte e un Ceter ancora acerbo, i leader che mancano e chi va ad intermittenza (Pennington, Vallocchia), l’impresa di invertire la rotta sarà complicata.



Serve una scossa anche e sopratutto da parte della società (intesa in senso lato, guardando anche al sud…), che deve avere il polso per prendere decisioni e far capire ai giocatori che così non va. La continua bambagia di una eterna Primavera (intesa come categoria) o formazione giovanile – quale sembra l’Olbia dall’inizio del progetto-Cagliari – non aiuta alla crescita dei calciatori che hanno il compito di essere risorsa per l’immediato ma anche in prospettiva. Poche pressioni e responsabilità, pochi guai e la sensazione di poter vivacchiare senza eccessivi timori ma anche privi di ambizioni. Una condizione che non sta facendo bene. Per usare un eufemismo.

Fabio Frongia

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