Daniele Dessena tra le strade di Benetutti: in via Incoronata crebbe e visse il nonno prima di emigrare

Daniele Dessena tra le strade di Benetutti: in via Incoronata crebbe e visse il nonno prima di emigrare

Una nota canzone cilena dice: “Due estremi ha la strada e in tutti e due c’è qualcuno che mi aspetta”. Antonio Dessena (nonno di Daniele, oggi capitano e anima ferita del Cagliari) lo capì quando partì con la moglie, nei Sessanta del boom economico, con una valigia di cartone e un ultimo abbraccio da lasciare in consegna ai parenti, divenuti, dopo la partenza, una foto in bianco e nero piegata in tasca, un ricordo lontano che era meglio lasciarsi alle spalle per non affogare in quel mare carico di nostalgia e di aspettative che li separava dall’”El Dorado” del Nord: il continente, il miraggio di una vita agiata, impensabile nella Sardegna di quegli anni.

Rientrato a casa dalla Guerra con un certificato che attestava la sua invalidità, fu assunto prima alle Poste,  poi ripiegò a Milano per ritornare nel sassarese e insediarsi definitivamente in Emilia. Fu uno dei tanti a tuffarsi nella corrente dei “flussi migratori” che investì la Sardegna nel Dopoguerra e la spogliò della miglior gioventù, sfregiandola, per sempre, in una ferita che ancora oggi cerca la sua cura per smettere di sanguinare.  All’epoca (come ora) si parlava di “piani di rinascita”, la classe politica voleva innestare nell’Isola un sistema economico a vocazione industriale, accantonando l’agropastorale. Non è un caso che il maggior numero di emigranti siano stati i lavoratori del settore primario, spogliati del loro lavoro, messi in ginocchio da dirigenti che non volevano scendere a patti con loro e quindi capirli.




Antonio Dessena fu obbligato ad andarsene: scelse il parmense come meta, con lo sguardo rivolto, per tutta la vita, ad Occidente, in Sardegna. Lo immagino simile, in fattezze e nel portarsi dietro il travaglio dell’esule, al nonno di Luis Sepùlveda, che raccontava al nipote i tempi andati, i volti persi e profumi aspri che faceva rivivere, in racconti del focolare, spinto da un bisogno ancestrale.  Il vecchio Sepùlveda aveva fatto promettere al nipote di rivendicare le sue origini una volta cresciuto e giunto nel suo paese natale: “Devi ritornare a Martos. E’ qui”, disse il vecchio battendosi sul petto con la mano.  Lo scrittore sudamericano, dopo vari travagli, peripezie e periodi di prigionia, arrivò nel villaggio menzionato dal nonno, nella calda e assolata Andalucìa, nella cui “rena” affondavano le sue radici. Ad aspettarlo c’era lo zio del padre che non esitò a riconoscerlo, vedendo se stesso, il suo sangue, nel volto del giovane. Il viaggio finì nel punto di partenza, dove era iniziato quello dell’uomo della promessa. Il cerchio si era chiuso.

Daniele Dessena, il suo viaggio, deve ancora chiuderlo. Ritornò a Martos, ovvero a Benetutti, nell’autunno del 2009, ma non entrò nell’uscio dello zio, si fermò all’entrata e non oltrepassò la soglia. Era il suo primo anno in terra sarda, preso in prestito dal Cagliari nelle ultime ore di calciomercato, guidato da Massimiliano Allegri e impiegato da titolare al fianco di capitan Conti. Il classe ’87 – prodotto di quel vivaio e di quella generazione parmense che non è mai esplosa per davvero – veniva da una stagione positiva con la maglia della Sampdoria, nel Golfo degli Angeli si è consacrato come bandiera dopo un vai e torna tipico del calcio moderno. Il caso, spesso il miglior romanziere nel tessere trame inaspettate e imprevedibili, volle che il primo gol in maglia rossoblù lo siglasse, il 27 settembre 2009, proprio a Parma, terra promessa e d’adozione di suo nonno.

Quella domenica di ottobre, Daniele Dessena, era in viaggio con la sua fidanzata in un paese limitrofo a quello dei natali, quando fu scorto e riconosciuto, in mezzo alla folla, da due compaesani del nonno che lo portarono nell’Hotel Ristorante “S’Astore”, di proprietà di suo zio. Bachisio Dessena lavorava, col suo personale, a pieno regime, non si accorse della presenza dell’illustre parente. Venne a sapere della visita da terzi, solo in tarda serata.

Perché non entrò? “Per pudore, non voleva disturbarmi”, glissa scuotendo le spalle. “Dovette partire subito. Andai a vederlo giocare a Cagliari, ma non ci fu modo di entrare in contatto con lui non potendo avere dalla società il suo numero di telefono. Poi ritornò a Genova e non si fece più niente”.

Bachisio Dessena parla con calma mentre fruga tra le carte che testimoniano la parentela, abbassa lo sguardo per poi riaccendersi in vampate d’orgoglio ogni volta che parla di episodi della carriera calcistica del nipote. “E’ emozionante pensare che uno del nostro sangue, un figlio di Benetutti e della Sardegna sia arrivato così in alto, fino vestire la maglia della Nazionale (20 presenze e 5 gol in under 21 e vittoria del Torneo di Tolone ndr), vorrei finalmente incontrarlo, un giorno”. Una storia a cui manca un lieto fine, un incontro rimandato, ma che dovrà arrivare.




Il proprietario del “S’Astore” ha ceduto l’attività al figlio, Daniele Dessena è convalescente dal terribile infortunio occorsogli lo scorso 27 novembre a Brescia. La frattura scomposta di tibia e perone lo terrà lontano dai campi di gioco per circa 5 mesi. Il tempo per una stretta di mano e un abbraccio non sembra mancare.

Perché quest’articolo? Perché è giusto ricordare. Albert Camus diceva che “la profonda sofferenza di tutti gli esiliati è di vivere con una memoria che non serve a nulla”. Nessuna vita è andata persa se questa rivive nella memoria. E’ giusto ritornare al passato, dissotterrare le radici perché il viaggio (sola andata) di Antonio Dessena deve avere un ritorno. Senza quel viaggio ora il Cagliari non avrebbe il suo capitano. Non è la storia di un solo uomo, ma di tutti i sardi partiti senza meta, mai ritornati in patria.

Fiorenzo Pala

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