Randolph a colloquio con Pasquini (Foto: Zuddas)

Randolph a colloquio con Pasquini (Foto: Zuddas)

Dinamo Sassari in crisi, di risultati e non solo. I numeri e le prestazioni parlano chiaro, in un inizio di stagione che ha visto la squadra di Federico Pasquini spegnere presto le luci senza riaccenderle mai, firmando un record di 2 vittorie e 5 sconfitte che va oltre il semplice dato negativo. Su 7 partite, infatti, la Dinamo ha vinto solo 2 volte, perdendo tutte le gare in trasferta più le due casalinghe di Champions League, contro Pinar e Oldenburg, con i turchi che possono essere considerati al livello dei sassaresi e i tedeschi certamente più abbordabili. Le uniche due gare vinte sono arrivate contro Cantù – squadra estremamente discontinua oltre che in confusione societaria proprio quando arrivò (in qualche modo) a Sassari per la prima giornata -, e contro Reggio Emilia, anch’essa in evidente crisi tecnica e che ha perso tutte le partite tranne quella interna di Eurocup contro il Galatasaray.



Nel post-partita di Bologna, Pasquini ha parlato di una squadra che deve ancora conoscersi bene e di una fase stagionale equiparabile al pre-campionato. Affermazione più forte di quanto possa sembrare, sia perché la pre-season è passata da un po’ e anche solo i prezzi dei biglietti non sono più in quell’ottica, sia perché a parte Planinic e Pierre ha avuto a disposizione l’intero roster sin dal primo momento. Non solo, tra le avversarie nessuno gode di enorme continuità rispetto alla precedente stagione, dunque tutti sono nelle stesse condizioni in termini di ricerca dell’amalgama.

La Dinamo di oggi appare in grande difficoltà sui due lati del campo. In attacco, dove spesso muore con la palla in mano, cosa che avviene anche quattro-cinque volte a partita e più volte consecutivamente. Un’assenza di idee offensive figlia anche di un utilizzo discutibile degli effettivi, ruotati quasi in modo scientifico per concedere minutaggio a tutti in egual misura, quando ad inizio cammino le partite ravvicinate incidono fino ad un certo punto sul fisico degli atleti.

A Bologna, per esempio, non si è riusciti a capire che Stipcevic, in evidente giornata no, non avrebbe potuto portare granché di buono alla causa. La Dinamo risulta una squadra disunita, che fatica a seguire i dettami dalla panchina, da dove peraltro arrivano letture discutibili: come al Pala Dozza (ma anche nelle uscite precedenti), quando sovente i difensori venivano battuti dal primo palleggio con conseguente penetrazione mortifera, anche di chi magari avrebbe fatto più fatica nel tirare da tre punti.

Contro un avversario (si spera, migliorando le cose) diretto per la corsa alle prime posizioni, si è perso di 17 punti mollando gli ormeggi, lasciando enorme spazio ad una Virtus non trascendentale, senza il “4” americano e costretta a schierare in quintetto il mestierante Ndoja. Coach Alessandro Ramagli che ha vinto nettamente la sfida con il collega, incapace altresì di trovare i punti deboli delle Vu Nere, sempre pronto a trovare alibi per sé e la squadra, tra spiegazioni inneggianti alla poca intensità o ai barlumi di segnali positivi al netto dei pesanti break negativi.



E’ dunque giusto mettere in discussione la posizione di Pasquini? Sì, perché alla Dinamo odierna serve un tecnico capace di gestire i momenti, un tecnico che abbia maggiore credibilità presso la sua squadra, non uno scienziato che arrivi da inventare schemi nuovi di zecca ma un uomo di personalità in grado di dare la scossa.

Il momento è delicato: dopo la trasferta di Murcia a Sassari arriva Milano, reduce dall’Eurolega ma con qualità e quantità difficili da contrastare. Una compagine nettamente favorita, come ogni anno, contro la quale la sconfitta può essere messa in conto. Già, come prima delle sfide precedenti, nelle quali la Dinamo raramente è stata davvero in partita (anche a Torino il recupero arrivò nel finale dopo un costante inseguimento), o ha trovato il modo di punire gli avversari, come quando Bologna nel primo quarto rimaneva senza segnare per più di 2′ e la Dinamo faceva altrettanto in modo deleterio.

Occorre trovare un’identità tecnica, uno spunto di genialità per cambiare la rotta, per avvicinare la squadra in embrione ad un pubblico sempre meno caldo per forza di cose. Alla Dinamo non si chiede di alzare coppe o vincere ogni gara, ma di divertire ed entusiasmare sì, non solo col gioco champagne ma con la voglia di combattere e far vedere del sano basket. Ingredienti oggi sconosciuti, così come i segnali di miglioramento che non ci sono, anzi. A Pasquini, visto che il presidente Stefano Sardara lo ha rinsaldato senza condizioni, il compito di tenere il timone senza perderlo, guidando la barca biancoblù verso lidi più consoni.

Alberto Meloni



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